Cotone, Cina, e Lavori Forzati nello Xinjiang

Produzione di cotone nello Xinjiang e sfruttamento del lavoro forzato

Indice dei contenuti

La pratica di riciclaggio attuata dalla Cina per il cotone proveniente dallo Xinjiang

Un nuovo rapporto dei ricercatori della Sheffield Hallam University, nel Regno Unito, ha scoperto sforzi sistematici per oscurare l’origine del cotone e dei materiali derivati nelle catene di approvvigionamento globali da parte della Cina, con l’intento di rendere difficile per i paesi e le società globali agire su accuse di lavoro forzato.

“Il rapporto traccia come il cotone dalla Cina – e in particolare dallo Xinjiang – viene trasportato da Hong Kong allo Sri Lanka, e poi ai produttori in Africa, e poi ai mercati di consumo americani o europei” afferma Johnson Ching-Yin Yeung coordinatore e attivista con la Clean Clothes Campaign e intervistato da Sustainable Brands.

Ciò è direttamente collegato alla terribile crisi dei diritti umani nello Xinjiang, la regione più occidentale della Cina e patria di musulmani uiguri e kazaki, e di cui abbiamo già parlato in questo articolo.

Quello che è successo negli ultimi quattro anni è stato ben documentato: un vasto sistema di campi di concentramento che può contenere più di un milione di persone; un algoritmo che decide chi è detenuto o meno, che può decidere il destino di una persona in base a fattori come da quale porta si è entrati o da cui si è usciti di casa, o quanto spesso si prega.

Accanto a questo è in corso il genocidio culturale: moschee, cimiteri, santuari e quartieri storici uiguri sono stati tutti distrutti. Ci sono anche segnalazioni di campi di lavoro carcerario che sfornano una vasta gamma di beni di consumo.

Ma la Cina è una regione quasi inaccessibile agli “osservatori stranieri”, e lo diventa sempre di più, quindi le informazioni ottenute sono decisamente frammentate, ed è difficile andare a fondo nelle questioni.

Per i marchi di moda, questo sta diventando sempre più un problema (o almeno ci auguriamo che sia così). Le atrocità dei diritti umani non sono una novità e continuano a verificarsi in tutto il mondo su varie scale. Ma la differenza è che in Cina sono sistemici, con prove che collegano alti funzionari, incluso il presidente Xi Jinping, a ciò che sta accadendo.

Inoltre, l’importanza della Cina per le catene di approvvigionamento globali come fonte chiave di materie prime e manodopera per l’industria dell’abbigliamento espone i marchi di abbigliamento e moda ad alto rischio di approvvigionarsi “inavvertitamente” da fornitori che utilizzano il lavoro forzato.

Anche se, riteniamo che i marchi non facciano troppe domande, semplicemente per tenersi stretti i bassi costi di produzione.

“Le autorità di regolamentazione e i marchi devono adottare più misure per rintracciare il loro cotone”, afferma Yeung. “Hanno bisogno di un programma di tracciabilità più solido per condurre test nei laboratori sui prodotti a base di cotone e hanno bisogno che i fornitori forniscano una documentazione autentica per mostrare da dove provengono le materie prime”

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La reazione dei marchi finora è stata debole. Molti affermano di non rifornirsi del cotone dello Xinjiang, mentre altri esprimono fiducia nella loro capacità di monitoraggio e auditing, anche se pochi sono disposti a condividere dati o informazioni su come assicurarsi di non essere vittime di riciclaggio.

Ad esempio, in risposta al rapporto, C&A ha dichiarato di “non acquistiamo alcun abbigliamento da produttori con sede nella provincia dello Xinjiang, né abbiamo alcuna fabbrica di tessuti o filati sotto contratto in questa provincia”; e Hugo Boss ha affermato di “non acquistiamo merci originarie della regione dello Xinjiang da fornitori diretti”

Fiocco della pianta del cotone

I marchi devono guardare più in profondità, poiché il rapporto mostra che il cotone dello Xinjiang viene deviato tramite fornitori secondari, compresi quelli in paesi come lo Sri Lanka.

“Tutte le aziende affermano che il loro meccanismo di audit interno funziona, ma fino a quando non lo fa”, afferma Yeung. “I marchi non possono più difendersi affermando che il loro fornitore di primo livello non si è rifornito dallo Xinjiang; devono esaminare anche gli agenti intermedi”

Preoccupante è anche il modo in cui il governo cinese ha risposto alle accuse di lavoro forzato evidenziato dalle indagini: con rappresaglie contro coloro che osano denunciare ciò che sta accadendo.

Come l’organizzazione di controllo del lavoro “Verité”, che ha visto il suo ufficio chiuso con la forza da funzionari cinesi nell’aprile del 2021, proprio dopo aver indagato sul lavoro forzato.

Oppure come l’iniziativa senza scopo di lucro Better Cotton Initiative, che è stata attaccata per aver rilasciato una dichiarazione sul lavoro forzato uiguro e ora non può più operare nello Xinjiang.

Se le aziende non rispondono in modo proattivo, i governi dovrebbero costringerle a farlo. Proprio in questo mese di dicembre, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato l’Uyghur Forced Labour Prevention Act, che imporrebbe alle aziende l’onere della prova che le merci provenienti dallo Xinjiang non vengono prodotte con il lavoro forzato.

“Entrambe le camere del Congresso devono approvare entro la fine dell’anno e il presidente Biden deve firmarla in legge senza indugio”, ha affermato l’organizzazione senza scopo di lucro Freedom House in un comunicato stampa. “Le prove hanno dimostrato che il lavoro forzato è una componente chiave della vasta rete di strutture di detenzione del governo cinese, in cui rimangono confinate più di un milione di persone”

Ma anche ci fosse questa legge, ci chiediamo se questi documenti provatori di “non lavoro forzato” vengano comunque emessi o firmati da enti di controllo cinesi, visto che le organizzazioni internazionali a tutela del lavoro vengono cacciate dal paese, e in tal caso non avrebbero alcuna valenza.

In questo momento, l’attenzione è rivolta all’industria dell’abbigliamento, ma il cotone non è l’unica catena di approvvigionamento contaminata dal lavoro forzato: altre industrie dovrebbero prestare molta attenzione e assicurarsi di monitorare da vicino le loro intere catene di approvvigionamento.

Lo Xinjiang è anche sede di un’enorme industria di lavorazione della viscosa, che trasforma la fibra di legno proveniente da Finlandia, Indonesia e altri paesi. È anche uno dei principali attori nel settore dell’energia solare, con diversi importanti produttori fotovoltaici con sede nella regione. Anche i componenti elettronici potrebbero provenire dallo Xinjiang e potrebbero essere prodotti con il lavoro forzato.

I marchi, e a questo punto anche i governi, dovrebbero considerare se vale davvero la pena fare affari in Cina. La Women’s Tennis Association ha deciso che non lo era, perdendo milioni di dollari, ma anche ricevendo elogi diffusi per aver rispettato i suoi valori.

Ad oggi, senza molte eccezioni, i marchi non sono stati proattivi sul lavoro forzato, mantenendo relazioni amichevoli con un paese che commette gravi violazioni dei diritti umani. E così facendo, rischiano danni reputazionali a lungo termine in nome di profitti a breve termine.

La produzione di cotone nello Xinjiang

1.650.000 km2 e una popolazione di 22 milioni di abitanti. Tanto è il peso dello Xinjiang, la regione autonoma della Cina nordorientale dove si coltiva il 20% del cotone mondiale (spesso, o quasi sempre, con lavori forzati).

La regione dove vive il popolo uiguro: e qui si aprirebbe già un capitolo importante e doloroso della storia dell’umanità.

Ma chiariamo prima un punto fondamentale: lo Xinjiang è appunto una regione autonoma dal 1955. Lo status ufficiale e “riconosciuto” (giusto virgolettarlo in quanto è riconosciuto solo sulla carta) è quello di “minoranza regionale all’interno di uno status multiculturale” e quindi, per le Nazioni unite non può essere annoverato nella definizione di “gruppi indigeni” (già qui si iniziano a creare i primi problemi).

Gli uiguri sono di confessione religiosa islamica sunnita e la loro lingua ha forti discendenze turche.

Questa particolare etnia, negli ultimi due decenni, non ha voluto piegarsi allo sviluppo economico e materialista del “Paese”. Sono dunque rimasti una comunità molto legata alla terra e alle proprie tradizioni. Da qui, le forti repressioni che stanno quotidianamente subendo (di cui in pochi ne parlano) e che stanno aumentando di anno in anno.

La costruzione di 7 mila stazioni di polizia e l’assunzione di 100 mila poliziotti sono già un primo segnale di repressione.

Aggiungiamo poi l’apertura di campi di rieducazione e di campi di lavoro forzato in cui lavorano quasi 2 milioni di uiguri. Si hanno notizie di sterilizzazioni di massa per le donne, oltre a stupri di gruppo.

Sulla base dell’impegno che l’Unione Europea sta prendendo nei confronti della sostenibilità ecologica e sociale, gli ultimi accordi economici siglati appunto tra Europa e Cina stanno portando alla luce una situazione drammatica e ai limiti del genocidio.

Ecco quindi che la questione del lavoro forzato degli uiguri nei campi di cotone dello Xinjiang, dove si raccoglie il 20% del cotone mondiale, è diventata un’arma a doppio taglio.

Nello stesso tempo, la campagna lanciata dalla “Coalizione per porre fine al lavoro forzato degli uiguri”, che cerca di convincere le multinazionali dell’abbigliamento a cessare l’acquisizione del cotone uiguro, sembrerebbe aver ritrovato nuova linfa vitale.

Importanti brand internazionali come Nike, H&M, Marks & Spencer e Hugo Boss hanno ufficialmente dichiarato di non avere nessuna azienda della loro filiera che sta acquistando in Xinjiang. Ovviamente, la Cina non ha visto di buon grado questo atteggiamento e la repressione contro il popolo uiguro si è inasprita ulteriormente.

Bisognerebbe capire dove questi grandi marchi dell’abbigliamento abbiano trovato l’alternativa a quel 20% di materia prima che dicono di non acquistare da questa regione così martoriata. Potremmo provare a chiederlo? E gli altri marchi dove acquistano il cotone?

Non smetterò mai di ripetere: la sostenibilità non è ecologia e basta; la sostenibilità è divulgazione e condivisione; la sostenibilità non è una collezione certificata se non conosciamo la reale provenienza delle materie prime (che non è il tessuto !!!); la sostenibilità è sociale, in primis.

Il cotone biologico e la certificazione GOTS sono un punto di partenza, ma visti i loro limiti non possiamo considerarli come il punto di arrivo.

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