L’etichetta Made in Italy e la sostenibilità
Spesso consideriamo l’etichetta Made in Italy come sinonimo di qualità, o addirittura di sostenibilità, ma non è affatto così, o almeno non sempre (è giusto scriverlo per correttezza intellettuale).
Un bellissimo scambio di messaggi con l’amico Claudio (amicizia nata proprio grazie alla community di Vesti la natura) mi ha fatto riflettere su alcune situazioni particolarmente “scabrose” di cui vorrei parlarVi oggi.
Negli ultimi anni, l’argomento della sostenibilità è diventato uno dei cavalli di battaglia di marchi d’abbigliamento, associazioni, organizzazioni, ecc.
Ho sperimentato come globetrotter che, quella meravigliosa dicitura che si trova spesso sulle etichette di numerosi capi d’abbigliamento / accessori, “Made in Italy”, diventa facilmente un lasciapassare fondamentale per dare maggior valore all’articolo stesso.
Leggi questo articolo per ulteriori informazioni sulla moda made in Italy: Moda Italiana tra Storia e Artigiani
Il Bel Paese è ancora sinonimo di moda, bellezza, inventiva, fantasia, artigianalità e molto altro ancora. Quest’aurea di bellezza “artistica” che gli italiani sono stati capaci di costruirsi nei secoli non è passata inosservata a chi oggi vuole vestire i panni del “paladino” della sostenibilità: l’etichetta Made in Italy serve, troppo spesso per vendere di più e per proporsi come “casti e puri”, questo perché la moda made in Italy funziona molto bene nel marketing.
Ma sarà poi vero che corrisponde alla realtà ?
I miei tanti viaggi dal Manzanarre al Reno, dalle Alpi alle Piramidi, mi hanno portato più spesso fuori dai confini nazionali piuttosto che in terra tricolore, anche se ho avuto modo di visitare comprensori tessili italiani di tutto rispetto (il Biellese per le lane, il Carpigiano per la maglieria e gli accessori, il Pratese per la tessitura, la maglieria e la confezione, il Veneto per altro ancora, ecc.).
Aree del Bel Paese che hanno spesso costruito le loro glorie economiche proprio grazie al tessile / abbigliamento e che hanno esportato i loro nomi in ogni angolo del pianeta.
E’ proprio confrontandosi con queste realtà da cui nasce la mia obiezione: non basta l’etichetta Made in Italy per ritenere un prodotto sostenibile.
Quell’etichetta è spesso il giusto tappeto per nascondere la polvere e lo “sporco sociale” che ancora circola (ed è ancora in espansione) in molte zone dell’Italia. Il classico esempio di “greenwashing” (a me piace di più pensarlo come “shoulders – washing”).
Intere comunità di cittadini stranieri (spesso irregolari) sottopagati, vittime spesso dei loro stessi connazionali, normative sullo smaltimento dei rifiuti non rispettate dalle aziende, richieste di consulenze non pagate o pagate in modo irrisorio, orari di lavoro non rispettati, laboratori di confezione completamente fuori controllo, e tanto altro ancora.
Ma poi, il tutto si risolve con una bella etichetta recante la già citata dicitura Made in Italy: la password magica che nasconde la polvere dell’illecito.
In questo articolo parliamo di 6 marchi di moda made in Italy davvero sostenibili
La sostenibilità è un mondo articolato e affascinante che comprende diverse sfere della produzione. Sostenibilità è anche e soprattutto etica e moralità del lavoro.
Sostenibilità è anche socialità. Non serve a nulla l’utilizzo di una materia prima correlata dal suo bel certificato altisonante se poi, per lavorarla distruggiamo la morale e la psiche di chi lavora.
Un piccolo esempio: mi è capitato di alloggiare in un hotel nel centro di Prato. L’insonnia spesso mi accompagna e quindi, nel cuore della notte ero affacciato alla finestra di questa bellissima piazza storica.
Sembrava che questo angolo ricco di storia si stesse trasformando in un formicaio popolato da esseri viventi che si spostavano silenziosamente portando sulle spalle sacchi pieni di prodotti semi-lavorati, da una portina ad un’altra, da una casa a quella vicina.
La notte era molto movimentata. Non era “movida”: erano lavoratori che con il favore delle tenebre (e nessun controllo) si scambiavano i prodotti da finire entro l’alba. Molti di loro erano giovanissimi. Era il 2020.
Non basta un’etichetta. C’è ancora tanto lavoro da fare.
Progetti Made in Italy innovativi affidati a interlocutori sbagliati
Il nostro Paese è ricco di ogni bene e materia prima legate al mondo della sostenibilità tessile. Tante sono le realtà con enormi potenzialità e con la possibilità concreta di far rinascere le economie di comunità locali che potrebbero far rivivere antiche tradizioni e materie prime molto ricercate.
Purtroppo, troppo spesso, tali comunità si rivolgono agli interlocutori “sbagliati” per far decollare i loro progetti, e il tutto va ad arenarsi sulle spiagge del nulla, o ancor peggio, sugli scogli di finanziamenti che però non vengono adeguatamente distribuiti tra gli attori in gioco.
Gli istituti universitari a cui spesso ci si rivolge, non sempre rappresentano la giusta e logica soluzione per la realizzazione di progetti “lungimiranti”. Non voglio certo “etichettare” tutto il sistema, ma purtroppo la maggior parte di coloro i quali appartengono a tale “sistema” creano una casta eletta che non porta ad un reale sviluppo.
Mi dispiace molto dover scrivere queste parole ma l’evidenza dei fatti è fin troppo lampante.
D’altro canto, gli istituti universitari hanno diversi vantaggi: accesso facilitato ai finanziamenti; disponibilità di laboratori discretamente attrezzati (cosa ormai rara in molte aziende). E’ dunque normale il tentativo di collaborare. Peccato però che poi i tempi si dilatano all’infinito, e non bisogna “disturbare” la casta portando soluzioni pratiche e più realistiche.
Suggerisco una maggiore coalizione tra artigiani, piccole medie imprese, comunità locali per far rinascere il vero Made in Italy in ottica di sostenibilità. C
oalizione che diventerebbe fondamentale per fare fronte comune verso le Istituzioni per richiedere supporti finanziari seri e diretti.
La campagna Anonymous People On The Silk Road
Oggi vogliamo anche parlarvi di questa nuova campagna lanciata da un gruppo di giornalisti e sostenuta da Abiti Puliti, membro della Clean Clothes Campaign.
La Campagna Abiti Puliti sostiene il progetto di ricerca indipendente Anonymous people on the silk road: l’obiettivo dei promotori è quello di creare una serie di articoli e rapporti incentrati sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi a Prato, in Italia e potenzialmente in tutta Europa.
Il progetto
Siamo un gruppo di giornalisti residenti in Europa che sta lavorando assieme da più di un anno per svelare una moderna forma di schiavitù: l’uso di manodopera cinese a basso costo nelle industrie di moda italiane.
Il nostro progetto vuole svelare le storie di quanti hanno attraversato il globo intero, spesso in condizioni disumane, solo per lavorare senza alcun diritto, nemmeno quello di un’identità.
Il lavoro segue il solco di precedenti indagini condotte sulle violazioni dei diritti umani e sulla tratta internazionale di esseri umani.
Quello che vogliamo mostrare è l’impatto che questo sistema disumano ha non solo su quanti ne sono soggetti, ma anche su tutta la catena del pronto moda italiano e più in generale sul mercato interno dell’Unione Europea, il tutto alla luce della partnership siglata dall’Italia per la Nuova Via della Seta e della tentacolare attività della mafia cinese sul suolo italiano.
Cosa vogliamo fare
Il nostro gruppo è composto da giornalisti professionisti con base in Grecia, Polonia e Italia.
Il nostro obiettivo è quello di creare una serie di articoli e rapporti incentrati sullo sfruttamento dei lavoratori cinesi a Prato, in Italia e potenzialmente in tutta Europa.
Questo progetto si propone di ripercorrere le rotte commerciali e le storie dei cinesi “anonimi” Wu Ming che lasciano la loro terra d’origine per l’Europa solo per lavorare come manovali a basso costo nelle catene di produzione del fast fashion nei maggiori distretti commerciali d’Italia.
Partendo dunque dalle loro storie individuali e dalle potenziali violazioni del diritto internazionale, la nostra ricerca si espanderà per discutere l’impatto di questa forza lavoro sull’economia locale, anche nel contesto dell’iniziativa Belt and Road, il mastodontico piano di sviluppo internazionale lanciato dal governo cinese.
Cercheremo dunque di capire, attraverso il materiale raccolto sul campo tra cui interviste a politici e esperti di criminalità organizzata e di moda, lavoratori cinesi, nonché uomini d’affari italiani e cinesi, la gravità dello sfruttamento in atto. Tali violazioni dei diritti umani sono in gran parte sconosciute a tutti coloro che in tutto il mondo stanno acquistando l’abbigliamento Made in Italy.
Chi siamo
Siamo giornalisti professionisti esperti nel lavorare in reportage collaborativi, e siamo già stati pubblicati in importanti pubblicazioni nazionali e internazionali. Abbiamo scelto di rimanere anonimi fino alla fine di questo progetto data la sua sensibilità e i potenziali rischi connessi alla nostra sicurezza.
La metà di noi parla la lingua cinese e diversi membri del team hanno scritto di crisi internazionali e diritti umani per oltre un decennio.
Perché ora
L’infiltrazione del governo cinese nell’economia italiana è stata ampiamente discussa negli ultimi anni. Panorama, una delle principali riviste investigative italiane, ha anche scritto sui legami tra le mafie cinesi e italiane che coinvolgono la tratta di esseri umani e il riciclaggio di denaro.
Tuttavia, tali storie hanno appena scalfito la superficie. Non hanno posto domande difficili, come ad esempio se le autorità italiane stiano effettivamente adottando misure per affrontare la situazione.
La nostra indagine mira a scavare più a fondo partendo dalla nostra ricerca preliminare. Parte di ciò significa comprendere meglio l’identità di coloro che arrivano in Europa con grandi rischi finanziari e personali.


