Fast Fashion? Chiamala pure Destructive Fashion

La Fast Fashion, la moda pensata per un consumo accelerato, continua a vivere il suo personale successo planetario, sulla scia della riduzione dei dazi sull’import di indumenti deciso nel 2005.

Coincidenza vuole, che proprio da metà anni zero catene di negozi come H&M e Zara, solo per citare alcuni brand di punta, hanno visto aumentare esponenzialmente il flusso di clienti, offrendo qualcosa come 50 collezioni all’anno contro le 2 tradizionali.

Questo modello di business ha fatto la fortuna degli AD di questi marchi. Non è un caso che Amancio Ortega, l’uomo dietro Zara, sia al momento la sesta persona più ricca al mondo.

Siamo amanti della Slow Fashion e chi ci segue lo sa bene, ma parliamo di dati oggettivi e non soggettivi. Dovete anche sapere che “Panni Sporchi” è un report di Greenpeace, un report che denuncia pubblicamente l’inquinamento dei fiumi in Cina.

A questo link puoi scaricare il report completo di Greenpeace: Panni sporchi. Il segreto tossico dietro l’industria tessile

“Panni Sporchi” dalle prime fasi di produzione

Questo consumismo esasperato nei confronti della moda non è però esente da ripercussioni a livello ambientale: già nelle prime fasi di produzione l’impatto del settore tessile sul pianeta assume proporzioni drammatiche.

Si pensi che per ogni KG di cotone prodotto vengono impiegati 20mila litri d’acqua, l’equivalente di circa 24 vasche da bagno colme fino all’orlo. Se a ciò si aggiunge che il materiale più impiegato nella produzione di indumenti è il poliestere -fibra sintetica derivata dal petrolio- si capisce quanto l’industria tessile, alle condizioni attuali, sia tutt’altro che improntata verso la sostenibilità.

Per non citare il problema umanitario legato alla Fast Fashion, nello specifico lo spostamento della produzione in paesi in cui non si garantisce salario minimo e condizioni di lavoro dignitose, con frequenti casi di sfruttamento e lavoro minorile.

Ecco perché parliamo di panni sporchi. Tutto quello che indossiamo, tutti i materiali tessili utilizzati per la casa e in decine di altri settori, hanno un impatto enorme sull’intero ecosistema.





Panni Sporchi prima, ma anche durante e dopo l’utilizzo

Il problema della sostenibilità e della Fast Fashion in particolare, va però ben oltre la sola fase di produzione tessile.

Durante l’arco di vita di un indumento questo subisce numerosi lavaggi in lavatrice, rilasciando milioni di microplastiche. Gran parte di queste, a causa di filtri e depuratori non idoneei, finiscono in fiumi e mari inquinando le acque irreparabilmente.

Ogni indumento inquina per 10 o addirittura per 100 anni

Poi arriva il momento di buttare gli indumenti. La gestione degli indumenti dismessi crea non pochi grattacapi in termini di impatto ambientale, specie se si considera che l’85% di questi finisce nella raccolta indifferenziata.

Il restante 15% degli indumenti a fine vita si divide tra beneficenza, mercatini dell’usato e raccolta differenziata.

È chiaro che l’incapacità di impiantare un’economia circolare in un flusso che va a senso unico -dal negozio ai rifiuti- ci mette davanti a delle responsabilità, delle scelte che non possiamo più posporre.

Fast Shopping, lo shopping compulsivo dei Panni Sporchi

In una recente pubblicazione della tedesca TradeMachines, esplicitamente titolata “Panni sporchi: dietro le quinte della Fast Fashion“, il problema viene esposto in maniera abbastanza schematica a partire da un interrogativo che, posto nella sua semplicità, lascia alquanto interdetti:

Perché acquistiamo 5 volte di più rispetto a 20 anni fa e indossiamo solo il 20% del nostro guardaroba?

La risposta potrebbe essere molto più complicata di quanto riscontrabile ad un primo sguardo

La concomitanza di fattori: moda low cost, voglia di apparire, consumo compulsivo. Rende l’analisi molto intricata e difficilmente liquidabile prendendo in esame uno solo degli aspetti citati.

Sicuramente il modello statunitense, da cui si è promulgata quella società dei consumi ormai divenuta globale, ha un peso rilevante nel diffondersi della cultura dell’acquisto.

Legare l’espressione della propria libertà individuale al consumo senza restrizioni e apparentemente svincolato da diktat e monopoli ha portato molti benefici, ma anche molti effetti negativi difficilmente riscontrabili nel breve termine.

Il discorso che è stato fatto sull’utilizzo della plastica monouso, a breve bannata dall’UE, potrebbe in futuro -e ci auguriamo- essere applicata anche al settore tessile. Seppur il problema del divieto/libertà d’acquisto è un argomento molto spinoso e potrebbe risultare una scelta impopolare qualora non fosse gestito adeguatamente.

Panni sporchi: dietro le quinte della Fast Fashion (infografica)

Un ringraziamento particolare a TradeMachines per questa fantastica infografica. Rende davvero l’idea di cosa stiamo parlando. Puoi vederla direttamente sul loro sito cliccando qui.

Infografica panni sporchi e Fast fashion

La necessità di uno Sforzo Congiunto

Le iniziative nate a sostegno di una spesa più consapevole come APP per valutare l’impatto degli indumenti, servizi di riparazione offerti gratuitamente, e anche il nostro progetto ECOFASHION, fanno ben sperare per il futuro, ma lo sforzo per superare questo scoglio deve esser necessariamente congiunto:

  • Deve partire dall’alto, con leggi statali ad hoc
  • Deve partire da noi, affinché il singolo individuo viri verso scelte più sostenibili

Per dirla come gli americani “si vota con i propri dollari”

Quando il fatturato di questo settore andrà verso brand sostenibili l’intera industria tessile dovrà ripensare il ciclo di produzione e l’etica alla base del mercato.

In attesa che questa visione utopistica venga attuata, ci si augura che i governi si muovano per ridurre l’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile.

Noi nel frattempo continueremo a promuovere la scelta di tessuti ecologici certificati a basso impatto ambientale.