Differenze tra Sportswear e Activewear (+ workwear)

Uomo indossa tuta uomo-con-tuta-Sportswear sta su un solo piede con mani aperte
Indice

Esiste una profonda differenza tra “Sportswear” e “Activewear”

In parole molto semplici: l’Activewear è quello che indossa LeBron James quando con la sua canotta giallo/viola dei Los Angeles Lakers vola sopra le teste degli avversari a più di tre metri da terra per depositare la palla nel canestro (per chi non l’avesse capito, la pallacanestro mi piace appena un pochino).

Lo Sportswear è quello che indossa il tifoso a bordo campo pronto a gioire per i due punti segnati da LeBron e a cui piace sentirsi molto “easy” quando va (in questo periodo è meglio dire, purtroppo, andava) a vedere il suo beniamino “calpestare” gli avversari e, subito dopo è pronto ad andare a bersi una birra con gli amici per festeggiare.

A proposito, se a qualcuno dovesse piacere il calcio, non si preoccupi: potrà comunque indossare dei capi d’abbigliamento Sportswear e potrà comunque bersi una birra con gli amici a fine partita.

Solo per fare un’esempio reale del peso specifico dei due settori citati, a livello mondiale, Vi dico subito che se consideriamo un capo d’abbigliamento come i legging, le vendite sono così suddivise:

  • 2,74% sono i leggings venduti, in forma “Activewear” (tecnici);
  • 97,26% sono i leggings venduti, in forma “Sportswear” (meno tecnici ma più fashion).

L’elemento fondamentale è sempre e comunque il livello di comfort. Ma alla fine, come si può misurare il comfort? Considerando che il comfort andrebbe suddiviso in “Sensoriale” – “Termo – Fisiologico” – “Biologico”, la parte sensoriale non è misurabile (teniamoci strette le sensazioni e non regaliamole a qualche strano marchingegno elettronico che le possa elaborare). Per sapere come misurare il comfort tramite l’Indice di Buffering ed il Coefficiente di frizione leggete pure questo articolo.

La parola “comfort” è ormai parte integrante del nostro vocabolario quotidiano, ancor più quando si parla di tessile / abbigliamento.

Quello di comfort è un concetto che diventa ancora più preponderante se si entra nel mondo dell’athleisure (la nuova nicchia di mercato che sta diventando sempre più grande), ossia quel “mondo di mezzo” tra sportswear e moda, che assume denominazioni molto diverse (“urban style”, “streetwear”, e via con la fantasia più sfrenata) ma che sta stravolgendo anche le menti dei designer di importanti case di moda.

Si tratta di una parte fondamentale che rimane affidata alla nostra epidermide quando tocchiamo il tessuto e ci trasmette una sensazione del tutto personale.

Se invece vogliamo considerare la parte di comfort termo-fisiologico, qui c’è poco da fare gli umanisti romantici, qui c’è da misurare.

Protezione termica, gestione dell’umidità e rapidità di asciugatura sono tra i parametri principali di questo tipo di comfort.

La presenza di umidità nel microclima pelle-tessuto può modificare la percezione di ruvidezza / rugosità e può far aumentare la frizione pelle-tessuto creando ovviamente una sensazione decisamente sgradevole (fino ad arrivare a fastidiosi pruriti, arrossamenti, ecc.). Pensate anche che, se calcoliamo il coefficiente di frizione pelle-tessuto e troviamo valori eccessivamente alti, si ha una maggiore sensazione di calore e quindi di basso comfort.

E se voglio essere sostenibile ma anche sentirmi bello asciutto e non iniziare a sudare? Bene, cari amici, puntiamo tutto sulle microfibre riciclate. Le microfibre infatti, hanno proprietà eccellenti nella gestione dell’umidità come assorbimento, traspirazione e tasso di asciugatura.

Grazie alle ridotte dimensioni delle fibre la pressione capillare aumenta e porta il liquido (ahimè, il maledetto e puzzolente sudore) attraverso i microfilamenti verso l’esterno del tessuto, per farlo evaporare.

Quindi, sia nel caso dovessimo fare un bel salto in stile LeBron James (mi raccomando, se non avete il suo fisico, attenzione alla fase di atterraggio), sia nel caso dovessimo indossare un bel paio di legging (qui forse è meglio che ci pensino le nostre amiche, più che gli ometti) per andare al centro commerciale o a bere un caffè con le amiche (in quei baretti vicino alle scuole dei Vostri figli, sì proprio lì, dove con le amiche fate del sano e doveroso gossip), optiamo per tessuti riciclati in microfibra.

Le soluzioni ci sono: belle, morbide e confortevoli.

Non dimenticate mai che, se il sudore non evapora, forma una pellicola sulla pelle che costringe il nostro cuore a uno sforzo supplementare (facciamolo battere per delle belle emozioni e non perché abbiamo sbagliato t-shirt).

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La sostenibilità invade il mondo del workwear e del promotional workwear

Il mondo del tessile / abbigliamento copre segmenti davvero immensi che spesso non rientrano nei nostri pensieri tradizionali.

Mi sono avvicinato recentemente al mondo del workwear (molto tecnico e performante) e al mondo del promotional workwear (tutto quell’abbigliamento personalizzato che le grosse aziende mettono a disposizione del loro personale, dei vari reparti produttivi). Inaspettatamente, sto scoprendo che questo particolare segmento, è più sensibile alla sostenibilità rispetto al “fashion” tradizionale.

Come mio solito preferisco non citare gli attori dei miei post (anche se a volte sarebbe giusto farlo, ancora di più se il post racconta storie di positività e di crescita sostenibile), ma ci tengo a segnalare che alcune delle più importanti aziende che operano in questo settore si stanno impegnando nella progettazione e realizzazione di abbigliamento workwear completamente biodegradabile.

Ebbene sì, non solo materiali riciclati, ma bensì biodegradabili. Ma la cosa ancor più affascinante è che Vi sto parlando di aziende dove si investe nel design, nella ricerca di materiali (accessori inclusi), nella formazione del personale, ecc.

Il mercato del promotional workwear, in Italia, rappresenta alcune decine di milioni di capi d’abbigliamento (polo t-shirt, t-shirt, felpe, ecc.). In altre parole, un settore che potrebbe diventare negativamente esplosivo se non dovesse prendere la strada di una seria svolta sostenibile.

La richiesta da parte di questi attori del mercato tessile / abbigliamento si riferisce ormai a prodotti “green” e “social” in ogni loro elemento: tessuto, cuciture, accessori, tinture, ecc.

Certamente Vi chiederete subito: ma quante certificazioni avranno? Vi rispondo subito: nessuna!

La preoccupazione si concentra infatti solo sul carbon footprint del prodotto e sull’LCA di questi. Non aprite l’argomento certificazioni con queste aziende: rischiate di venire defenestrati in pochi secondi.

Hanno capito che non è un pezzo di carta a garantire la sostenibilità di un prodotto, ma bensì analisi serie, la costruzione di una filiera professionale, ben controllata e ben gestita (possibilmente corta).

Si arriva così a progettare e produrre abbigliamento ad un costo di “tutto rispetto” ma rispettoso di chi lo produce e di chi lo indosserà.

Vedremo dunque dipendenti di multinazionali indossare abbigliamento identificativo e personalizzato che non inciderà più sulle discariche, e che sarà comunque all’ultimo grido da un punto di vista stilistico.

Abbigliamento comodo, traspirabile e “umanistico”.

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