L’India è l’università tessile sfruttata dai grandi marchi della moda
L’India è senza dubbio il luogo che ha lasciato un segno indelebile nel mio cuore di viaggiatore-tessile. Uno di quei luoghi che rimane sempre dentro di te (ogni viaggio rimane dentro di noi, ma qualcuno assume un “peso specifico” diverso) e non ti abbandona, non ti vuole abbandonare.
Un luogo che ti insegna tanto. Alla fine, l’India è il tipico luogo che puoi odiare o che devi amare: non c’è nulla nel mezzo.
Al di là dei ricordi sentimentali (e sono tanti, credetemi), l’India è una vera e propria “università tessile” a cielo aperto.
Un’università non fatta da rettori in giacca e cravatta, docenti impettiti e severi, laboratori ben finanziati dai governi locali o da fondi statali, studenti in uniforme e lauree di fine corso con feste roboanti.
Niente di tutto questo.
L’India è un’università tessile fatta di tradizioni vecchie di secoli, di spiritualità, di cultura tramandata di padre in figlio (e di madre in figlia), di misticismo.
Oggi, purtroppo, questo Paese è tristemente detentore di record negativi legati al mondo del tessile, invaso dalle regole subdole e vergognose di marchi internazionali che sfruttano le popolazioni locali e che inquinano tutto quello che incontrano.
Il lavoro minorile è quasi una regola accettata supinamente e vergognosamente (vedere un tredicenne seduto di fianco ad un telaio jacquard elettronico di ultima generazione mentre in dieci minuti mangia un pugno di riso bianco da una ciotola malconcia, mentre il motore del telaio deve rimanere acceso, è un fatto più che normale; piuttosto che vedere ragazzine che già in giovane età immergono in colle epossidiche calde le decorazioni da apporre sulle sneakers di marchi altisonanti del mondo occidentale, è anche questo un fatto assolutamente normale).
Ma non voglio che diventiate tristi, anzi. Questi cupi ricordi li tengo con me, nelle pieghe oscure del mio cuore, cercando di farli riaffiorare solo per imparare ad essere una persona migliore tutti i giorni e per cercare di dare maggiore valore ad ogni piccola cosa che vivo quotidianamente.
Oggi vorrei invece fare cenno ad uno dei tessuti che possiamo considerare maggiormente “sostenibili” (virgolettato perché in questo caso si tratta di una sostenibilità molto elevata spiritualmente).
Il tessuto Khadi.
Il tessuto Khadi
Lo stesso Gandhi aveva affermato: ”Se riusciamo a coltivare dentro di noi lo spirito del khadi possiamo circondarci di semplicità in ogni passo della nostra vita”.
Già da queste parole possiamo immaginarci quale possa essere il valore profondo ed elevatissimo di questo manufatto leggero, realizzato in cotone secondo una tradizione ormai millenaria. Poi rincarava la dose:” Il filatoio è la coscienza nazionale dell’India”.

Gandhi utilizzava manufatti realizzati con tessuto khadi sia in inverno che in estate, nei suoi momenti di meditazione come anche nelle sue passeggiate. Era ormai diventato il suo vero e proprio mantello spirituale.
Un tessuto ricco di significati rivoluzionari (ovviamente non violenti), il khadi è il simbolo della resistenza dell’India ai tessuti occidentali portati dal colonialismo. Gli inglesi cercarono infatti di bloccarne la produzione in ogni modo, per poter esportare i tessuti di loro produzione.
Il popolo rurale dei piccoli villaggi aveva però deciso di resistere e, soprattutto le donne indiane continuarono con vigore a produrre questi tessuti greggi, grigi o bianchi (non fate caso ai famosi stilisti moderni che oggi ripropongono questi tessuti pieni di colori o stampati, evirandoli da tutta la spiritualità che li hanno sempre contraddistinti).
Il khadi deve essere prodotto rigorosamente con il cotone (un tessuto naturale) di proprietà dei villaggi e quindi si coltivava lo stretto indispensabile per soddisfare il bisogno di tutti (beata sostenibilità sociale). Nel pieno rispetto della natura, il cotone era un “nettare” vitale per un popolo che non chiedeva nulla di più della loro libertà di culto e di espressione spirituale.
Durante il triste periodo del colonialismo (di cui ancora oggi si riconoscono tanti tristi segni materiali che stonano fortemente), i tessuti khadi rappresentarono un vero e proprio braccio di ferro tra Delhi e Londra.
Nel 1947, quando finalmente arrivò l’indipendenza, la produzione dei tessuti khadi rappresentò un elemento fondamentale per l’economia del Paese, dando lavoro a migliaia e migliaia di persone (prevalentemente donne), al punto tale che il Governo indiano decise di tutelarne la produzione e la cultura stessa.
Il khadi mi affascinò moltissimo durante le mie “scorribande” nei vari villaggi nelle periferie di New Delhi, Bombay, Ludhiana e Calcutta.
Oggi, riguardando alcune vecchie fotografie (una passione che mi ha permesso di aiutare spesso la memoria a ripercorrere queste meravigliose esperienze) mi sembrava ancora di risentire tra le mani quel tessuto che ti trasmette serenità e pace; mi sembrava ancora di sedermi sul giaciglio fatto di giunchi intrecciati e tronchi di bambù, nel caldo umido di questi villaggi, e guardare estasiato queste donne, ricche di orgoglio, tessere con mani sapienti ma anche pazienti; mi sembrava ancora di sentire gli “odori”, di vedere i colori, di respirare una cultura così lontana ma così ricca e profonda.
La realizzazione del tessuto khadi, come mi spiegarono, è come l’amore potente di una madre, che avvolge con il suo candore.


