“Senti che mano”
Quante volte noi professionisti del tessile abbiamo formulato queste parole facendo toccare un manufatto tessile a un amico, a un cliente o a chiunque si sia avvicinato a questo intreccio di fili che crea una vita.
Questa breve frase è la dimostrazione del “sentimento” che lega un professionista al tessuto, vero e proprio compagno di fatiche secolari.
E’ proprio la mano del tessuto, il contatto tattile con il tessuto, il vero risultato di continue e nuove formulazioni, prove di intrecci, cambi di materie prime.
Per accontentare il cliente, si ricercano mani del tessuto sempre più strane: piena, setosa, cascante, voluttuosa, rigida, gommosa… e chi più ne ha più ne metta. Ma alla fine è solo quando tocchiamo il tessuto che questo trasmette una sensazione, un feeling.
Dovete sapere che, nei tempi che furono (ma non bisogna andare davvero tanto indietro negli anni), il mondo tessile si avvaleva di una speciale categoria di addetti ai lavori: gli “assaggiatori”; coloro i quali avevano la grande e nobile capacità di intuire se un prodotto o un finissaggio andavano bene.
Con le loro dita controllavano infatti la viscosità, con le narici potevano approvare un bagno di candeggio. Il loro giudizio diventava la condizione fondamentale per poter proseguire una lavorazione.
Ma tornando alla mano del tessuto, l’intelligenza, l’esperienza e la passione del finitore, anticamente, portavano a risultati straordinari.
Si pensi addirittura che, nella zona del Varesotto (in Italia, area con profonda tradizione tessile), si arrivò a coniare il termine “man porca”: definizione derivata dallo stupore dei clienti stessi che, alla domanda “senti che mano”, rispondevano “Porca, che mano!” (termine che nel tempo, per renderlo più gentile, si trasformò in “orpolina, che mano!”).
E’ proprio vero che, anche un abito vecchio e logoro, porta sempre con sé tante storie e tante tradizioni che sarebbe meraviglioso ricordare e raccontare. Ed ecco che il gesto di toccare il tessuto significa anche ascoltare una storia affascinante.
Per quanto oggi l’umanità sia soffocata dall’apparenza e dall’ipocrisia, per quanto oggi si tende a digitalizzare qualunque cosa e si cerchi di rendere elettronico anche gli antichi paesaggi (magari anche quelli dove c’erano i lavatoi per lavare i tessuti appena realizzati su telai meccanici), dovremmo cercare di riscoprire la “vita” che un tessuto sprigiona ad ogni nostro tocco.
Proviamo a “sentire” i tessuti: c’è tanta storia e tanto sacrificio che ci può riportare ad un concetto più umanistico di un’arte secolare che non scomparirà mai.


