Tutti i problemi causati dal COVID nel tessile
Carissime lettrici e carissimi lettori, con questo post vorrei riassumerVi brevemente l’attuale situazione che si sta vivendo nel pianeta tessile per quanto riguarda:
- l’approvvigionamento di materie prime
- l’aumento dei costi delle materie prime
- la mancanza di macchinari e di pezzi di ricambio
- il blocco delle più importanti fiere del tessile
- il rincaro dell’energia elettrica che affligge le aziende tessili
- il mancato pagamento dei salari per i lavoratori del tessile
Si tratta di una situazione su cui sarebbe importante riflettere e su cui bisognerebbe intervenire in tempi più che rapidi.
Il problema dell’approvvigionamento di materie prime
Partiamo dal problema più evidente, senza nascondersi dietro a falsi idealismi: i numeri che rappresentano i dati di produzione delle materie prime maggiormente utilizzate nel tessile / abbigliamento, indicano che la Cina è il Paese con la voce più forte tra tutti.
Nel periodo immediatamente precedente al maledetto virus, il costo per la spedizione di un container si aggirava intorno ai 4.000 USD (i più bravi riuscivano ad arrivare intorno ai 3.600 USD, ma erano davvero pochi).
Successivamente, il costo era arrivato a circa 9.000 / 12.000 USD per poi registrare un ulteriore aumento e le voci parlano di rincari che farebbero lievitare il costo fino a 16.000 USD (forse anche di più).
Tutto questo porta ad un forte aumento dei costi delle materie tessili trasportate.
Di pari passo, si è scatenata la speculazione. Chi ha in magazzino le materie prime, ricevute quando i costi di trasporto erano ancora “digeribili”, le vende comunque al nuovo prezzo, come se le stesse importando con i nuovi costi.
Tutte le materie prime stanno subendo questo grottesco gioco al rialzo che sta mettendo a dura prova tutti i produttori.
Non pensiate che i piccoli artigiani o le PMI siano immuni da questo “massacro” economico. Sia chi consuma 10 kg di filato al mese, come chi ne consuma 8.000 kg, sta subendo i rincari.
Aggiungiamo inoltre il fatto che l’Asia sta vivendo una fase di forte ripresa produttiva e quindi sta nuovamente alzando i propri consumi. Ciò corrisponde ad un forte ritardo nelle consegne per i Paesi dell’Occidente (ritardi importanti).
Tutto questo in una fase economica mondiale estremamente delicata e sofferente.
La tanto millantata ripresa economica, non trova dunque il benchè minimo riscontro nei dati della reale economia d’impresa. La realtà appare grigia come una giornata uggiosa d’autunno.
L’alternativa, come già sottolineato in un post precedente, è l’approvvigionamento di materie prime tessili da fonti nazionali o europee. E’ evidente che tali “sorgenti” sono ovviamente quelle che offrono un prodotto più “nobile” e quindi più costoso (non certo avulso dalla speculazione citata precedentemente), ma è una delle poche alternative che vedo in questa fase concitata e difficile.
“Alzare il tiro qualitativo”
L’Italia e l’Europa producono materie prime tessili di alta qualità (soprattutto nell’ambito delle fibre naturali) che consentirebbero la realizzazione di manufatti di alta qualità e sempre molto apprezzati nel mondo.
Il panorama è ampio e mette a disposizione un ventaglio di prodotti, ma anche di idee, di tutto rispetto.
E’ giunto il momento di puntare sulla qualità e non più sulla quantità (gli ultimi anni avevano già ampiamente dimostrato che non è la quantità a premiare, in Paesi dove i costi di produzione sono in continua ascesa).
E’ giunto il momento di aumentare gli sforzi sulla ricerca e sullo sviluppo: materie prime, design, tecniche produttive, ecc.
E’ giunto il momento di decidere se fare il “salto di qualità” (senza mascherarsi dietro all’etichetta “Made in Italy”, ormai inutile e obsoleta se non supportata da una ricerca di prodotto e da un controllo di filiera reale).
L’aumento dei costi delle materie prime
Le fibre tessili appartengono a uno dei comparti maggiormente colpiti dalla crisi pandemica mondiale che non ha fatto altro che aggravare la crisi economica che era già in corso da alcuni anni.
Quello a cui abbiamo assistito tra la fine 2020 e l’inizio del 2021 ha creato scompensi importanti nella fornitura delle materie prime tessili, e oggi ci sono ripercussioni importanti che nel prossimo futuro saranno ancora più evidenti per tutto il settore tessile/abbigliamento.
Per quanto riguarda le fibre sintetiche, se fino a qualche anno addietro, il parametro “decisionale” che creava aumenti o diminuzione dei prezzi era la materia prima, oggi lo scenario è decisamente cambiato.
Non è più, dunque, il prezzo del petrolio il fattore determinante, ma intervengono ormai elementi incontrollati e incontrollabili. Si tratta di elementi che influenzano direttamente tutto il settore e che stanno destabilizzando i programmi di produzione di tessiture e maglierie.
Dal 2020 a oggi ci sono stati forti aumenti dei costi di trasporto e di sdoganamento delle merci. Non dobbiamo dimenticare che la produzione delle materie prime tessili è ormai localizzata principalmente nel Far East (questo vale praticamente per la quasi totalità dei prodotti) e quindi, la movimentazione delle merci e le relative operazioni doganali stanno facendo valere pesantemente il loro “peso specifico”.
Per quanto riguarda i trasporti, si è registrata una situazione molto “pericolosa”: il costo dei noli dei container sono praticamente quadruplicati. In altre parole: il trasporto di 7.000 kg di materia prima, può arrivare a far lievitare il costo al kg di € 1,00.
Questo vale per qualunque tipologia di filato.
Il problema si aggrava ulteriormente se si considerano i pesanti ritardi registrati nelle consegne (molti container non sono tornati in Asia durante i vari periodi di lockdown che il mondo ha sofferto e questa situazione sta ancora incidendo sui tempi di attesa nell’arrivo delle materie prime).
Il secondo problema che sta incidendo fortemente è l’aumento dei costi di sdoganamento.
Stiamo infatti parlando di prodotti importati e quindi soggetti a controllo doganale e relativo sdoganamento. Si calcola che, in questo passaggio specifico, l’incidenza sui costi finali si aggira tra € 0,10 e € 0,20 al KG in base all’origine della materia prima stessa.
Il terzo rincaro preoccupante è relativo al costo della plastica.
Consideriamo che almeno il 70% dei filati viene roccato proprio su coni di plastica affinchè si possano poi utilizzare adeguatamente su telai per tessitura o su macchine di maglieria. In questo caso, l’aumento è stato di circa il 30% rispetto alla fine del 2020 (con un’incidenza che si muove in una forbice compresa tra € 0,05 e € 0,10 in base al filato).
Solo con questi tre parametri si aumentano i costi di € 1,15 / 1,30
Ora, consideriamo anche l’evoluzione del puro costo della materia prima, partendo dal presupposto che le materie prime non hanno mai un aumento o una diminuzione costante e lineare.
Costo del cotone

Dopo una flessione registrata da maggio 2018 a settembre 2019 (quasi una caduta libera che aveva portato il costo a € 1,15 / kg), da aprile 2020 è ricominciata la crescita che a fine 2020 aveva già riportato la quotazione a € 1,30 / kg.
Purtroppo, nel 2021 ha fatto registrare una continuità in questa crescita (ca. € 1,50 / kg).
Le ragioni di questa situazione sono da riportare al ruolo del “player” cinese (la Cina è il secondo importatore di cotone al mondo) nello scacchiere tessile internazionale (acquisti strategici per aumentare le riserve di cotone) e alla produzione nordamericana non ancora pronta per la vendita a causa delle pessime condizioni climatiche che hanno rallentato crescita e raccolta.
Costo della lana
Se l’andamento dei prezzi da aprile 2019 a settembre 2020 faceva pensare ad un continuo crollo (si era arrivati a – 45%), ottobre 2020 è stato il mese della svolta e del recupero (in un mese, + 19% !!!).

Anche il 2021 ha fatto registrare un aumento del costo della lana (dovuto anche ad una previsione di minore disponibilità dovuta a condizioni climatiche negative – la siccità del 2020 in Australia e Nuova Zelanda inciderà fortemente sui quantitativi disponibili).
Costo delle fibre sintetiche
Anche in questo caso, la fase di caduta è finita e ormai siamo in una fase di rialzo preoccupante. Solo per il poliestere si sta ragionando su aumenti pari al 15-18% (ovviamente variabili in base alla tipologia specifica). Dobbiamo considerare che il nylon, per esempio, stava già seguendo un andamento in crescita a partire dal 2010.
Nylon e poliestere hanno sempre avuto un andamento molto similare fino al 2019 quando, a un certo punto, le “strade” economico / finanziare di queste due fibre si sono nettamente separate: il nylon infatti aveva registrato una crescita di circa il 50% mentre, il poliestere aveva vissuto una battuta d’arresto vicina al 30%.
Nel 2021 i prezzi si sono alzati per entrambe le materie prime.
Costo delle fibre sostenibili
Ma cosa sta succedendo alle materie prime sostenibili? Esattamente la stessa cosa che succede alle altre fibre: tutte in forte aumento. Ciò significa che, se il poliestere e il nylon riciclato già erano più care delle corrispettive fibre vergini, il costo sta ulteriormente lievitando.

Le fibre “green” vivono inoltre, in modo più forte, la scarsa reperibilità: oggi è molto difficile riuscire a procurarsi adeguati quantitativi di fibre riciclate.
Aggiungendo il fatto che anche il cotone biologico sta finendo la sua “carica pubblicitaria”, le tre principali fibre ecologiche rischiano di diventare davvero introvabili o fin troppo costose.
A questo purtroppo si deve far aggiungere anche la presenza di “pieghe” speculative che stanno imperversando in un mercato già in forte sofferenza di liquidità.
Bisognerà seguire con attenzione quanto sta succedendo, ma non sembra che il cielo plumbeo sotto il quale il tessile sta vivendo ultimamente possa far sperare in una stagione meno grigia e cupa.
La mancanza di macchinari e di pezzi di ricambio
Della difficoltà nel reperire le materie prime per il tessile ne abbiamo ampiamente parlato, ma non abbiamo invece parlato di ciò che sta succedendo ai macchinari tessili, senza i quali le produzioni rallentano fino a fermarsi del tutto.
Come già sapete, la base di partenza per ogni manufatto tessile, la vera materia prima (non mi stancherò mai di ripeterlo) è il filato (non il tessuto).
Vi anticipo che lo scenario che si sta prospettando è da apocalisse biblica.
Macchine tessili come telai e roccatrici prodotti in Italia non possono essere ultimati nel loro assemblamento per la mancanza di schede elettroniche e componentistiche varie (materiali che vengono importanti dall’Asia e che non stanno arrivando).
Stessa sorte è destinata a tutti i macchinari in attesa di assistenza tecnica: mancano i pezzi di ricambio.
A questo si aggiunge il blocco vissuto al porto di Trieste (e non solo) che ha ritardato la partenza e l’arrivo di decine di container contenenti macchinari tessili e componenti vari.
Non sta a me discutere sulla validità, sulla bontà o sulla modalità delle proteste, ma lasciatemi la libertà di dire che la ripresa economica che ci raccontano è pura fantasia.
Il meccanotessile italiano, oltre ad essere una voce economica fondamentale per tutta l’economia del Bel Paese, è l’essenza per la produzione del tessile / abbigliamento.
Senza macchinari non si produce.
Quando il battito dei pettini dei telai inizieranno a tacere, quando le roccatrici inizieranno a silenziarsi, quando tacerà il ronzio delle macchine circolari per maglieria, quando tutto questo piano piano lascerà il posto al silenzio, chiederemo spiegazioni dei numeri farlocchi che riempiono i grafici colorati delle riviste finanziarie.
Il blocco delle più importanti fiere del tessile
Le fiere del tessile sono da sempre l’evento commerciale più importante per poter proporre le proprie novità, le nuove collezioni. Eventi che vengono pianificati con grandi sforzi in energia ma anche in denaro.
L’ultima edizione di Performance Days, in programma a Monaco di Baviera, è stata annullata a quattro giorni dall’apertura (Performance Days è un evento fondamentale per tutto il mondo del tessile / abbigliamento tecnico dedicato allo sportswear).
L’edizione di ISPO la più importante fiera internazionale per il mondo outdoor, mountain, sportswear, ecc, che era in programma a fine gennaio 2022, è stata posticipata a novembre 2022.
Provate ad immaginare a tutte quelle aziende, già colpite duramente dalla crisi finanziaria, che hanno investito altro denaro per partecipare ad eventi che potrebbero permettere finalmente di riaffacciarsi con speranza sui mercati, e che si sentono dire che la fiera è stata cancellata o posticipata.
Qualcuno dirà: “Beh, ma verranno rimborsati”. E ci mancherebbe altro che non venga previsto un rimborso. Ma chi rimborserà tutti i campioni sviluppati? Le tante ore per provare nuove soluzioni stilistiche e nuove coloriture? Le ore spese per contattare i clienti?
Credetemi, il rimborso delle spese dello stand prenotato è nulla a confronto di quanto una piccola azienda investe per tutto il resto (provare per credere). A chi fosse interessato potrei fornire qualche numero.
Un altro macigno per un settore che già sta soffrendo.
Nessuno, sui media, parla di queste tristi notizie, ma la realtà è fin troppo lontana dalle fantasie che si stanno raccontando su PIL, ripresa economica, ecc.
Per una piccola / media impresa, la partecipazione ad una fiera è come prepararsi ai Giochi Olimpici per un’atleta; rappresenta, a volte, più del 50% del budget destinato alla promozione, al marketing (molte volte corrisponde ad una percentuale ben più alta).
Fortunatamente i blocchi delle fiere offline sono cessati, e le fiere hanno ripreso vita. Speriamo solo che tengano anche quest’inverno, quando il COVID si farà nuovamente sentire.
Il rincaro dell’energia elettrica che affligge le aziende tessili
L’Italia è il Paese dove l’energia elettrica ha il costo più alto a livello mondiale e, gli ultimi mesi, hanno visto rincarare ulteriormente la dose, come possiamo leggere in questo articolo de Il Sole 24 Ore
Si tratta di un fattore assolutamente non trascurabile e che diminuisce ulteriormente il livello competitivo delle PMI italiane (nel tessile come in altri settori) già alle prese con mille e più problemi di vario genere.
I numeri aiutano sicuramente a darci un’idea più chiara:
| PAESE | COSTO KW/h in € |
| Italia | 0,234 |
| Germania | 0,197 |
| Portogallo | 0,146 |
| Pakistan | 0,129 |
| Polonia | 0,123 |
| Taiwan | 0,113 |
| Romania | 0,105 |
| Albania | 0,104 |
| Spagna | 0,102 |
| Marocco | 0,102 |
| India | 0,099 |
| Tunisia | 0,092 |
| Bulgaria | 0,090 |
| Bangladesh | 0,090 |
| Bulgaria | 0,090 |
| Cina | 0,088 |
| Turchia | 0,077 |
| Vietnam | 0,066 |
| Egitto | 0,062 |
| Indonesia | 0,061 |
| Sri Lanka | 0,055 |
| Norvegia | 0,040 |
Ho indicato solo alcuni Paesi che sono comunque indicativi per dare un quadro d’insieme di una situazione abbastanza “grottesca”.
Negli ultimi mesi si è sentito parlare di progetti di rilancio, di pioggia di denaro in arrivo (sembra che però, la siccità continua sempre in determinati settori produttivi…), finanziamenti a fondo perduto, e tanto altro ancora.
Ma l’obiettivo dovrebbe essere invece l’aumento di competitività per un settore, quello del tessile / abbigliamento, che rappresenta ancora una voce importantissima nella bilancia commerciale nazionale, e che si basa sugli sforzi di aziende di piccole dimensioni. Ma come è possibile essere competitivi se i costi di produzione lievitano a dismisura?
Rimanendo nei costi energetici, pur non essendo degli esperti di settore, i motivi che portano a detenere la seconda posizione nella classifica dei più cari al mondo sono diversi:
- È cresciuto il costo della materia prima: il metano alimenta circa il 50% della produzione elettrica italiana. Nonostante la diminuzione del costo del gas, la non adeguata apertura concorrenziale del mercato interno, porta all’aumento dei prezzi. In pratica, negli altri Paesi il costo diminuisce, mentre in Italia aumenta;
- Cattiva gestione degli incentivi alle fonti rinnovabili: capiamo e siamo i primi ad incentivare il passaggio alle rinnovabili per combattere i cambiamenti climatici, ma non riteniamo giusto che il prezzo da pagare sia al 100% assorbito dai consumatori e dalle aziende;
- Costi di potenziamento della rete elettrica.
Servono soluzioni importanti e rapide, altrimenti finiremo per essere tagliati fuori da vari mercati e le aziende italiane saranno costrette a delocalizzare la loro produzione.
Qualche giorno fa abbiamo scritto un articolo chiamato Perché la moda Made in Italy costa di più? leggilo con attenzione per avere risposta a questa domanda.
Il mancato pagamento dei salari per i lavoratori del tessile
I salari cronicamente bassi dell’industria tessile hanno lasciato la maggior parte dei lavoratori della senza risparmi durante la pandemia del Covid.
Poiché la maggior parte dei governi nei paesi esportatori di abbigliamento fornisce indennità di disoccupazione scarse o nulle, l’unica cosa che si frappone tra un lavoratore tessile disoccupato e la povertà immediata sono le indennità di licenziamento previste per legge (il TFR).
Una ricerca del Worker Rights Consortium (WRC) rivela che per migliaia di lavoratori dell’abbigliamento licenziati durante la pandemia sono stati negati alcuni o tutti i risarcimenti essenziali, in violazione della legge e degli obblighi in materia di diritti dei lavoratori.
Brilliant Alliance Thai Global è una delle 31 fabbriche di abbigliamento per l’esportazione identificate nel rapporto del WRC, Fired, Then Robbed: complicità dei marchi di moda nel furto salariale durante il Covid-19.
Per essere certi di acquistare prodotti che non abbiano un impatto negativo sulle persone affidati alle certificazioni tessili, durante lo shopping trova sui prodotti le etichette Fairtrade, FWF, SA8000, Equo Garantito e GOTS, tutte garanti di una moda etica e sostenibile.
Se non sai come trovarle utilizza il nostro motore di ricerca per marchi e negozi ecoFashion.
Vediamo di seguito alcuni esempi di ciò che sta accandendo:
Victoria’s Secret e i lavoratori non pagati di Brilliant Alliance
300 lavoratori dell’abbigliamento che producono per il gigante della biancheria intima Victoria’s Secret hanno protestato contro i salari e le indennità di licenziamento non pagate davanti alla fabbrica Brilliant Alliance Thai Global Ltd. in Thailandia.
Brilliant Alliance Thai Global Ltd. è un impianto di produzione di biancheria intima situato a nel distretto di Bangsaothong in Thailandia, ed era precedentemente nota come Body Fashion, appartenente al gruppo Triumph International. La fabbrica è oggi parte di Clover Group International, con sede a Hong Kong, la quale gestisce fabbriche di biancheria intima in Cambogia, Cina e India.
Le indagini riportano che tra i clienti della fabbrica Brilliant Alliance Thai Global Ltd. ci sono i marchi di fast fashion Lane Bryant e Victoria’s Secret.
Durante la protesta, i 300 lavoratori tenevano cartelli con messaggi come “dov’è il nostro proprietario?” e “Non scapperò come il tuo precedente proprietario“. I lavoratori chiedono che l’azienda di lingerie versi immediatamente i pagamenti arretrati secondo la legge thailandese.
La fabbrica ha chiuso il 10 marzo 2021, senza alcun preavviso, e 1.388 lavoratori sono stati licenziati in tronco. I lavoratori devono ancora percepire stipendi, straordinari, ferie e tfr. La Brilliant Alliance Thai Global Ltd. si è offerta di rimborsare l’importo dovuto in un periodo di 10 anni, ma questa offerta è stata respinta dai lavoratori. Il sindacato afferma che la proposta di diluire il pagamento su un periodo di 10 anni è inaccettabile.
Il 23 marzo, l’ufficio provinciale per il benessere e la protezione del lavoro di Samut Prakarn ha stabilito che la società Brilliant Alliance Thai Global Ltd. ha violato più sezioni della legge sulla protezione del lavoro e deve pagare 7,61 milioni di dollari a 1.237 denuncianti. In caso contrario, dopo 30 giorni, verrà addebitato un interesse di mora del 15% annuo.
Negli scambi di e-mail tra IndustriALL Global Union e Clover Group (la società madre di Brilliant Alliance Global Ltd.), la società ha affermato di aver presentato una proposta a Triumph International Thailand Labour Union e di essere in procinto di presentare un avviso di fallimento.
Prasit Prasopsuk, presidente della Confederazione del Lavoro Industriale della Thailandia (CILT), afferma che “è estremamente deludente che l’azienda abbia violato le leggi fondamentali sul lavoro e ignorato l’ordine dell’ispettore del lavoro. L’azienda ha affermato di aver negoziato con il sindacato, ma in realtà ha chiesto unilateralmente al sindacato di accettare pagamenti rateali fino a 10 anni”.
“Questo va solo a vantaggio dell’azienda. Non possiamo fare altro che rifiutare l’offerta e invitare l’azienda a rispettare l’ordine dell’ispettore del lavoro, accelerando i pagamenti ai dipendenti il più rapidamente possibile”.
Annie Adviento, segretaria regionale di IndustriALL per il Sud-est asiatico, afferma “chiediamo all’azienda di pagare subito per intero i lavoratori, secondo l’ordinanza dell’ufficio provinciale del lavoro. Il cliente di The Clover Group Victoria Secret deve intervenire nella controversia per tutelare i diritti dei lavoratori”
Aggiornamento del 29 maggio 2022:
i lavoratori sono stati pagati!


