Fast Fashion, Tutto Quello Che Devi Assolutamente Sapere

Indice dei contenuti

Cos’è la Fast Fashion?

Fast Fashion è un termine utilizzato per indicare dei capi di abbigliamento che passano direttamente dalle passerelle alla produzione in modo rapido ed economico. Si tratta di una strategia di produzione utilizzata dalle grandi catene di distribuzione come H&M, Primark, Zara, Topshop, Xcel Brands, Peacocks, etc.

La Fast Fashion viene spesso associata al concetto di ‘usa e getta’: non presta molta attenzione ad un utilizzo longevo degli indumenti, ma vede la produzione come qualcosa che va indossato per una stagione e poi cambiato.

E’ realmente così? Dal nostro punto di vista è fin troppo generalizzato chiamarla moda usa e getta.

Molti capi di abbigliamento acquistati dalle grandi catene di distribuzione durano per anni, e non è assolutamente detto che siano di scarsa qualità.

Ma è assolutamente vero che la Fast Fashion contribuisce all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile, rendendo questa industria la seconda più inquinante al mondo, nonché tra le prime per consumo energetico e risorse naturali.

L’inquinamento però è solo uno dei problemi legati alla Fast Fashion, poiché è da valutare con molta attenzione anche l’aspetto sociale della produzione di moda a basso costo: è scontato affermare che dietro la Fast Fashion si nasconde lo sfruttamento di esseri umani, la discriminazione, lo schiavismo coloniale, il lavoro minorile, e molti altri fattori decisamente negativi.

Quando la moda è sostenibile?

Come riconoscerla?

Dove acquistarla?

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Come nasce la Fast Fashion?

La Fast Fashion si è sviluppata passando da una concezione basata sull’oggetto, ad una basata sulla produzione. Si dice che Zara sia stata l’artefice di questa tendenza, seguita subito a ruota da Benetton e altre catene di distribuzione. Il principale obiettivo della Fast Fashion è produrre indumenti o accessori velocemente, anche a costo di far passare l’idea di “moda usa e getta”.

Per rispondere alle esigenze di questo modello di produzione, e per aumentare i guadagni dei marchi, le tendenze cambiano velocemente e così i gusti dei consumatori, pertanto, anche i capi in vendita subiscono trasformazioni continue, proprio per assecondare il divenire della moda e delle tendenze del momento.

Tendenze che spesso sono dettate dagli stessi brand, grazie a strategie di marketing ben studiate ed al supporto di influencer e personaggi pubblici.

Tutto questo significa che, producendo nuove collezioni (c’è chi arriva a oltre 50 collezioni in un solo anno), si invogliano i consumatori a frequentare i negozi più spesso e di conseguenza a comprare di più.

Ovviamente, ad un costo sempre più basso.

La Fast Fashion è spesso associata alla scarsa qualità: per lo più vengono utilizzati tessuti sintetici a basso costo, estremamente leggeri, che spesso si strappano nel giro di qualche lavaggio, per non parlare della qualità delle cuciture e delle rifiniture in generale, che alcune volte lasciano a desiderare.

Quando si parla di moda veloce si parla anche di processi produttivi che vengono attuati nell’arco di poche settimane, o addirittura giorni, ed è naturale che a certi livelli non c’è tempo per pensare alla qualità dei prodotti. Da qui il costo esiguo degli indumenti, che purtroppo dei fasti della moda da passerella hanno solo l’apparenza.

Provate a mettere vicini due capi, uno Fast Fashion e l’altro di qualità superiore. Girateli al contrario e notate la differenza nelle cuciture: mentre il primo sarà un groviglio di fili e di cuciture storte, il secondo sarà indossabile anche dal rovescio. Quando le cuciture sono fatte a mestiere si pensa alla qualità e alla longevità del prodotto.

Ma come abbiamo già detto in precedenza questa affermazione sulla qualità è molto generalizzata, le grandi catena hanno infatti collaudato da anni sistemi di produzione che possano garantire una buona qualità dei loro prodotti, non sarà quindi questo il focus del nostro articolo.

Impatto ambientale della Fast Fashion

L’industria tessile occupa il secondo gradino del podio come industria più inquinante al mondo, e questo soprattutto a causa della Fast Fashion. E’ ormai chiaro a tutti che la Fast Fashion utilizza metodologie di produzione poco inclini alla salvaguardia dell’ambiente.

Ma come fanno questi grandi marchi a farla franca? Semplicemente perché hanno delle catene di fornitura talmente vaste e dislocate in decine di paesi del mondo che è impossibile per chiunque tracciarle. Quasi nessuno produce in casa propria, altrimenti sarebbe semplice controllarli. La maggior parte infatti affida commesse ad altre aziende, aziende che a loro volta affidano commesse ad aziende più piccole, creando una catena di fornitura composta da centinaia di micro e piccole aziende.

Immaginate come questo sistema sia del tutto fuori controllo, motivo per cui anche le certificazioni tessili di cui tessiamo spesso le lodi perdono di efficacia quando applicate alle grandi catene dei distribuzione della Fast Fashion.

Per quanto riguarda il “come inquinano” basti pensare alle tinture contenenti componenti altamente cancerogeni per l’uomo (nichel, cromo, ecc), oppure alle materie prime di dubbia provenienza utilizzate per la realizzazione degli indumenti, o ancora ai metodi di produzione troppo spesso non a norma di legge. Per ulteriori informazioni vi consigliamo di leggere il nostro articolo Sostanze Tossiche nei Vestiti

Tra i materiali più utilizzati al mondo c’è il cotone, il quale ha un devastante impatto ambientale e sociale; ed il poliestere, un materiale sintetico altamento tossico derivato dal petrolio, non biodegrabile, e difficilmente riciclabile quando miscelato con altre fibre come il cotone. Entrambi i materiali sono decisamente inquinananti durante le fasi di produzione, ma anche durante e dopo l’uso quotidiano (a fine vita).

Le sostanze tossiche usate durante la produzione di questi materiali vengono assorbite dal corpo umano: recenti studi dimostrano che sono sempre più le persone affette da “allergia da accumolo” e che anche a causa di queste il genere umano subirà presto delle mutazioni genetiche non prevedibili. Queste sostanze tossiche presenti in tutti i nostri indumenti vengono rilasciate nelle acque ad ogni lavaggio degli stessi, e successivamente nel terreno quando questi finiscono nelle discariche.

La Fast Fashion deve il suo successo planetario grazie all’abbattimento dei costi della “moda di tendenza”, per i consumatori è meraviglioso indossare capi simili a quelli delle griffes più famose del pianeta, potendoli acquistare a prezzi da mercatino delle pulci.

Si è rivelata una vera e propria rivoluzione nel settore retail: producendo moda low cost si offre la possibilità ad una vastissima fetta di persone di poter acquistare capi appena visti sulle passerelle. Non dobbiamo infatti stupirci quando da Zara troviamo una borsa o un abito che ricorda da vicino il modello appena visto alla sfilata di uno stilista famoso.

La Fast Fashion impiega metodologie di produzione al di fuori delle regole considerate legittime, così come le materie prime di dubbia provenienza e con un controllo qualità che, per quanto possa essere ritenuto all’altezza dei marchi che rappresenta, è basato su principi ben diversi da quelli offerti dalle certificazioni tessili di cui parliamo nell’apposita sezione di questo sito: valutazione degli effetti collaterali sulla salute dell’uomo e dell’intero ecosistema.

La filiera della Fast Fashion ha causato danni ambientali e sociali inquantificabili negli ultimi 20 anni, accellerando paurosamente con l’avvento degli acquisti online massivi.

Tonnellate di scarti tessili causati della Fast Fashion

Ogni anno tonnellate di scarti tessili finiscono nelle discariche ed è per questo insostenibile spreco di risorse che il movimento della moda sostenibile spinge verso il concetto di Zerowaste: molti fashion designer progettano i lori vestiti con l’obiettivo di non creare scarti durante la lavorazione, o quantomeno di riutilizzarli per produrre altri prodotti.

Purtroppo, se la moda è diventata qualcosa da indossare giusto il tempo di tornare a casa dopo essere usciti dal negozio, è facile capire come i vestiti scartati dopo l’acquisto siano milioni ogni mese.

Quello dei rifiuti tessili è diventato un problema molto serio, soprattutto se pensiamo che spesso si tratta di tessuti e fibre sintetiche non biodegradabili, ne riciclabili, le quali hanno un impatto devastante sull’ambiente. I vestiti occupano una parte importante del totale dei rifiuti presenti nelle discariche e non possono essere smaltiti in modo naturale al contrario dei rifiuti organici.

Dopo aver occupato spazio per decenni e aver rilasciato gran parte delle sostanze chimiche nella terra, questi finiranno negli inceneritori contribuendo si allo sviluppo di nuova energia e alla riduzione del consumo di energia vergine, ma anche all’inquinamento atmosferico, effetto serra e cambiamenti climatici.

Fast Fashion e riciclo dei tessuti

La Fast Fashion non può utilizzare i tessuti ecologici attualmente in commercio per questioni economiche (costano di più), ma per contrastare l’aura negativa che aleggia su questo settore a livello mondiale, grandi catene come H&M hanno ideato delle campagne di ritiro di vestiti usati in cambio di sconti sugli acquisti.

Consegnando una busta di vestiti usati hai la possibilità di avere 5 euro di sconto a fronte di una nuova spesa all’interno del negozio, un incentivo in più per acquistare quell’indumento che avevamo puntato da tempo. Con uno sconto di 5 euro sarà più semplice prendere una decisione.

I vestiti usati raccolti nei punti vendita verranno riutilizzati per creare nuovi vestiti, mentre altri verranno semplicemente smaltiti.

Queste iniziative hanno riscontrato un notevole successo per il pubblico, soprattutto perché il consumatore ha la possibilità di acquistare qualcosa di nuovo ad un prezzo scontato, mentre le catene di distribuzione piazzano le loro nuove collezioni consentendo di tenere in moto un mercato che deve viaggiare, per sua stessa natura, a velocità molto elevata.

La logica della Fast Fashion è proprio questa: creare nel consumatore il desiderio di capi sempre nuovi sbandierandogli davanti agli occhi oggetti e accessori dal costo davvero appetibile.

Quando sentiamo parlare le grandi catene di distribuzione di produzione sostenibile, o etica, o di green, siamo certi che nel 99% dei casi si tratta sempre di Green Washing.

Sfruttamento sociale della Fast Fashion

Un’altra linea di attacco nei confronti della Fast Fashion è il fenomeno dello sfruttamento sociale: la produzione di moda avviene per lo più nei paesi in via di sviluppo con condizioni lavorative, igieniche e sociali, molto al di sotto della normalità e della legalità.

Sarà capitato a chiunque di vedere online foto di bambini che producono capi per queste grandi catene della Fast Fashion, ma questo è solo un piccolo tassello, infatti, con il COVID i problemi si sono amplificati a dismisura fino a far lanciare delle campagne internazionali per chiedere ai brand di pagare i loro fornitori. Per ulteriori informazioni leggi il nostro articolo PayUp Fashion, contro i “Grandi Marchi” che non pagano i fornitori

L’interesse dei media verso l’etica nella moda nasce da uno degli incidenti più grandi della storia dell’industria tessile, quello dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh, dove nel 2013 morirono oltre 1000 dipendenti e rimasero ferite più di 2500 persone. Anche se prima di questo ne morirono altre 260 nell’incendio dell’edificio Ali Enterprise in Pakistan.

Edificio crollato Rana Plaza industria tessile

Il Rana Plaza era un edificio/fabbrica di abbigliamento nella quale si lavorava giorno e notte in condizioni estreme; nonostante i dipendenti avessero notato le crepe sui muri e le avessero segnalate, i dirigenti li fecero continuare a lavorare incutendo in loro la paura di perdere il posto di lavoro.

Il rischio che correvano i proprietari della fabbrica era quello di perdere i contratti di lavoro siglati con le grandi catene della Fast Fashion, e di conseguenza i loro introiti economici. Vero anche, che i proprietari di queste fabbriche sono spesso costretti dagli stessi governi ad accettare commesse di lavoro “a rimettere”. Spesso guadagnano poco, e farebbero anche a meno di accettarle.

La Fast Fashion riesce in un modo o nell’altro a ridurre i costi di produzione e di conseguenza il costo dei prodotti al consumatore finale, che ne risulta decisamente soddisfatto.

Rispetto ad altri modelli di produzione, come ad esempio il modello seguito dal movimento della Slow Fashion, i costi ridotti della Fast Fashion sono quindi dovuti principalmente al modello di produzione, che avviene in paesi estremamente poveri come Bangladesh, Cambogia, India e Cina, utilizzando materie prime non sottoposte a controlli o esami chimico-fisici previsti dalle leggi Italiane, o da altri paesi Europei (vedi la regolamentazione Europea REACH).

Donne con cartelli I made your clothes

Esistono poi associazioni internazionali come Fashion Revolution, la quale si batte da anni contro lo sfruttamento sociale nel settore tessile con la campagna Who made your clothes? nata proprio in occasione dell’incidente del Rana Plaza. Oppure come Clean Clothes Campaign, anche lei impegnata dagli anni ’90 per una moda più etica, ed altre che trovate in questo nostro articolo.

Fast Fashion vs Slow Fashion

Il movimento Slow Fashion contrasta la Fast Fashion, possiamo tranquillamente affermare che siano due veri antagonisti. La Slow Fashion cerca di infondere nei produttori una modalità “più lenta” di confezionamento dell’abbigliamento, cercando di far capire ai consumatori che non hanno bisogno di acquistare nuovi indumenti ogni giorno.

I promotori di questo movimento chiedono uno sforzo anche al consumatore. Prima di acquistare qualunque tipo di prodotto, il consumatore dovrebbe chiedersi: Mi serve davvero? Dove è stato fatto? Durerà nel tempo? Con quale materiale è stato realizzato? Se il consumatore sa rispondere a queste domande allora ha realmente la necessità di acquistare il capo, altrimenti, basandosi solo sulle emozioni che esso suscita, farebbe un’acquisto poco consapevole.

Slow Fashion vs Fast fashion

Spesso il consumatore è spinto all’acquisto in maniera compulsiva a causa del prezzo è abbordabile. Capita di riempirsi la borsa di accessori inutili soltanto perché sono in promozione a pochi euro.

Chiediti quante volte hai utilizzato quei prodotti e dalla risposta capirai il reale bisogno di acquistarli

Il fatto è che le grandi catene della Fast Fashion propongono spesso oggetti di scarsa qualità, ma grazie alle azioni di marketing di cui sono capaci le fanno apparire belle e accattivanti. Finché questa strategia manipolativa funzionerà, continueranno ad esserci comunità di persone che lavorano in condizioni estremamente precarie e noi continueremo ad indossare indumenti ricchi di sostanze tossiche.

Un’alta percentuale dell’abbigliamento che il consumatore è spinto ad acquistare sulla base delle proprie emozioni finisce in un angolo dell’armadio, o in un cassetto del comò, finchè non si sceglierà di buttarlo pur avendolo indossato solo qualche volta.

Marchi di Fast Fashion più famosi

Sono migliaia i marchi di Fast Fashion, ma tra quelli più famosi citiamo:

  • H&M
  • Zara
  • Topshop
  • Primark
  • Benetton
  • Mango
  • Pull&Bear
  • Miss Selfridge
  • Esprit
  • Charlotte Russe
  • Peacocks
  • Forever21

Forever21 è uno di quei marchi più volte finiti in tribunale con l’accusa di ‘copiare’ la proprietà intellettuale di stilisti famosi basando le proprie collezioni proprio sulle imitazioni viste nelle passerelle più importanti del mondo (in stile Zara).

Il fenomeno della Fast Fashion è fuori controllo in America dove vengono prodotte tonnellate di indumenti, tanto che le città sono sommerse di abiti dismessi, per lo più non biodegradabili e difficilmente riciclabili.

Ma è bene capire che mentre una buona parte dei consumatori acquista prodotti di Fast Fashion semplicemente perché non ha la possibilità economica di acquistare capi di un altro livello, un’altra parte dei consumatori acquista questi prodotti solo perché sente la necessità di cambiare spesso il proprio guardaroba.

10 Marchi Fast Fashion con il Miglior Rapporto Qualità/Prezzo

La rivista di moda Fashionista ha stilato una classifica di marchi Fast Fashion; si tratta di una classifica limitata ai giudizi della redazione, ma la dice lunga su quali siano i marchi più in linea con le tendenze della moda e col bisogno di essere sempre al passo con i vari cambiamenti che essa pretende ci siano:

  1. Al primo posto tra i marchi di moda Fast Fashion c’è Madewell, una linea di J.Crew, adatta soprattutto al pubblico più giovane con capi interessanti a prezzi accessibili.
  2. In seconda posizione troviamo Everlane, un marchio americano nato nel 2010. La qualità di questi capi è nettamente superiore a tutti i marchi finora elencati.
  3. Al terzo posto Zara, uno dei più noti marchi Fast Fashion del pianeta.
  4. Segue in quarta posizione Uniqlo, un marchio giapponese che aprirà uno store anche a Milano, con capi minimal e casual.
  5. Al quinto posto J.Crew, una catena americana di qualità superiore che spedisce anche in Italia attraverso il proprio e-commerce.9 In nona posizione troviamo Urban Outfitters, una catena di negozi che vende un po’ di tutto, tra cui anche abbigliamento. In Italia c’è soltanto un negozio a Milano.
  6. Segue in sesta posizione Other Stories, il marchio facente parte sempre del colosso H&M ma che ha prezzi più alti e collezioni più eccentriche rispetto a quello cui siamo abituati; qualità e materie prime sono ovviamente superiori.
  7. In settima posizione Topshop che in Italia conosciamo per via dell’e-commerce.
  8. All’ottavo posto H&M che in Italia ha numerosissimi negozi e un e-commerce molto fornito; H&M è uno dei marchi di Fast Fashion più conosciuti a livello globale. Avvia periodicamente collaborazioni con stilisti famosi per delle capsule collection dai costi contenuti, come quella con Karl Lagerfeld, Kenzo, Stella McKartney.
  9. In nona posizione troviamo Urban Outfitters, una catena di negozi che vende un po’ di tutto, tra cui anche abbigliamento. In Italia c’è soltanto un negozio a Milano.
  10. Al decimo posto c’è Cos, un marchio facente parte del colosso H&M ma che ha un costo leggermente più elevato. In Italia i negozi fisici sono limitati ad alcune grandi città del centro nord.

In questa classifica mancano alcuni dei marchi come Mango, o Pull&Bear, Esprit, Bershka, Charlotte Russe, Benetton, ed è ovviamente è una classifica molto opinabile poiché è creata esclusivamente dalla redazione di una rivista di settore e non rappresenta quello che i consumatori pensano della Fast Fashion.

L’Africa prigioniera della fast fashion

Ebbene si, anche l’Africa è prigioniera dell’inquinamento da parte della fast fashion.

E’ di recentissima pubblicazione uno studio svolto dai ricercatori del WWI (Water Witness International) dove si sottolinea la situazione in cui versano i fiumi della Tanzania e del Lesotho.

I segni di inquinamento rilevati sono decisamente preoccupanti: è stato addirittura calcolato un pH pari a 12 in alcuni campioni di acqua prelevati nei pressi di alcune aziende tessili (stiamo praticamente parlando dell’acidità della candeggina, tanto per intenderci).

Le acque di questi fiumi vengono ampiamente utilizzate dalle comunità locali per l’irrigazione dei loro pochi appezzamenti coltivabili, per l’alimentazione e per tutte le pratiche igieniche quotidiane.

La manodopera a bassissimo costo continua ad essere il “sogno” inseguito da numerosi marchi della fast fashion senza scrupoli. In Africa, nello specifico, troppo poco si conosce delle installazioni in balìa di questi marchi d’abbigliamento e quasi nulla si sta facendo per poter difendere le popolazioni locali da disastri sociali ed ambientali di grosse proporzioni.

Molto spesso, interi villaggi rimangono senza risorse idriche in quanto, l’acqua a disposizione è convogliata agli impianti tessili e viene poi scaricata indiscriminatamente nei corsi d’acqua senza la minima azione depurativa.

E’ proprio in questi scenari che sono i brand stessi e tutti gli investitori che ruotano nella loro orbita a dover intervenire. Il lavoro è ovviamente sottopagato e anche questi pochi soldi possono rappresentare una piccola salvezza momentanea per queste comunità. Ma si tratta di sfruttamento e di neocolonialismo inaccettabile e ripugnante.

Sempre nello stesso studio si segnalano decine di marchi di notorietà mondiale che producono nei Paesi africani. Tra questi, alcuni, non hanno voluto fornire dichiarazioni in merito ai nominativi dei loro reali fornitori o di eventuali azioni specifiche in difesa dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente.

L’Africa vede nel settore tessile / abbigliamento una fondamentale fonte di rinascita e di nuove opportunità. Molti Paesi sono già “incatenati” alla problematica del business degli abiti secon-hand (con gli USA che hanno già minacciato più volte drastiche contromisure contro chi non dovesse accettare determinate regole imposte).

E’ necessario far sapere che lo sfruttamento in corso è vergognoso e ignobile, oltre che inumano.

Moda sostenibile e Fast Fashion

Li Edelkootrt è una delle opinioniste di moda più influenti del pianeta ed ha scritto il manifesto “anti-fashion”, nel quale, rivolgendosi direttamente al consumatore chiede: come puoi pensare che una “cosa” che viene seminata, raccolta, setacciata, filata, tagliata, cucita, stampata, etichettata, trasportata.. possa costare come un panino?

Questa parole fanno riflettere e gettano luce sulla filiera tessile della Fast Fashion. Proviamo ad immaginare anche solo per pochi istanti a tutto il processo produttivo che porta alla realizzazione di una semplice t-shirt in cotone, come può essere venduta a 5 o 10 euro?

La risposta sta nella manodopera a basso costo, nell’utilizzo di materie prime di scarsa qualità, nel modello di produzione tanto veloce quanto insensibile. Scopri il vero costo di una t-shirt

La bellezza della moda sostenibile risiede in una produzione a basso impatto ambientale e che valuti con attenzione il proprio impatto sociale ed economico, ma il termine “sostenibilità” sta diventando fin troppo inflazionato e male utilizzato.

Sarebbe sicuramente più corretto parlare di “sviluppo sostenibile” ma a questo punto si rischierebbe di mettere in crisi un sistema basato ormai sul marketing ingannevole, sulle pubblicità luccicanti, sulle belle immagini di un pianeta verde e sulla menzogna e lo sfruttamento.

E’ ormai davanti agli occhi di tutti che i marchi della fast fashion stanno pubblicizzando continue campagne che ci mostrano l’utilizzo di materiali ecologici e possibilità di riciclare capi d’abbigliamento. Purtroppo, in ognuna di queste promozioni, si legge sempre il termine “sostenibile”.

Questa magica parola, che sembra ormai essere l’unico argomento utilizzato per promuovere una nuova collezione, viene svilita e svuotata dei suoi veri significati.

La parte ecologica è solo una sezione del concetto globale di sostenibilità, ma sicuramente è la più facile da utilizzare perché permette di nascondere tutto il resto del marciume.

Qualche esempio?

Il salario minimo di un operaio tessile in Bangladesh è di 90 USD (la soglia minima per una vita dignitosa in questo Paese è di 250 – 280 USD). Con un salario così basso, non è possibile accedere a cure mediche adeguate; i bambini vengono lasciati soli per quasi tutta la giornata perché i genitori, per arrotondare, passano la maggior parte del tempo nelle fabbriche.

In Bangladesh esiste uno specifico corpo di polizia, la “polizia industriale” che si occupa di controllare e bloccare qualunque protesta o sciopero per rivendicare i propri diritti minimi.

Eppure, nonostante le belle immagini sui cartelloni pubblicitari relative all’utilizzo di fibre naturali, sulla maggior parte delle etichette troviamo scritto Made in Bangladesh.

Altro esempio?

In India, decine di migliaia di bambini vengono portati di regione in regione e lavorano nelle piantagioni di cotone. Tramite intermediari senza nessun minimo scrupolo, ragazzi e ragazze molto giovani vengono portati a lavorare dietro misere ricompense economiche alle famiglie.

Eppure, quanti capi d’abbigliamento fast fashion sono accompagnati dall’etichetta Made in India?

In Uzbekistan, si stima che migliaia e migliaia di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni, raccolgano cotone in condizioni di lavoro forzato (retribuiti spesso solo con del cibo). Il governo uzbeko ha inoltre introdotto la chiusura totale di scuole, ospedali e uffici, per tre mesi, per poter avere a disposizione manodopera per la raccolta del cotone nelle aree limitrofe ad uno dei laghi maggiormente inquinati al mondo (il Lago Aral).

In Myanmar, grandi brand altisonanti hanno prodotto milioni e milioni di capi d’abbigliamento per anni, ma oggi che il Paese sta vivendo un colpo di stato e i lavoratori, che hanno prodotto quella montagna d’abbigliamento, e hanno ingrassato le casse dei brand, ora stanno chiedendo aiuto, i marchi della moda scappano e si spostano in Vietnam, Bangladesh o altri Paesi dove riescono a trovare ancora esseri umani da sfruttare.

E’ giunta l’ora di smascherare questa vergogna e lasciare il re nudo. Quelli descritti sono solo alcuni esempi molto semplici ma estremamente reali. La lista sarebbe lunghissima e farebbe rabbrividire.

E’ giunta l’ora della consapevolezza.

Il consumatore ha dalla sua parte l’arma più importante, che vale più di ogni pallottola: il proprio portafoglio. Le nostre scelte d’acquisto possono condizionare i comportamenti dei brand che si nascondono dietro i fili d’erba della finta sostenibilità ecologica.

Iniziamo a selezionare i brand locali; i brand che ci offrono una reale garanzia di rispetto dei diritti umani; i brand che potremmo anche arrivare a conoscere realmente e, perché no, contattare e visitare.

Siamo noi consumatori che possiamo determinare il cambiamento. Di fronte ad ogni etichetta, iniziamo a riflettere: non facciamoci più prendere in giro.

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