Cosa significa tessuto antibatterico?
La pandemia che ha colpito il mondo ha sicuramente modificato i nostri stili di vita, le nostre visioni a medio e corto termine, ha cambiato il nostro modo di essere e ha allargato il nostro vocabolario quotidiano.
I media ci bombardano di pubblicità con prodotti di ogni genere con proprietà antibatteriche. Ma cosa significa che un tessuto è antibatterico?
Innanzitutto è bene specificare che si tratta di prodotti realizzati con materie prime non ecosostenibili (ma vedremo che una soluzione “green” esiste) in quanto si tratta normalmente di polimeri modificati in fase di estrusione del filato.
Il tessuto antibatterico blocca semplicemente la proliferazione di batteri che si depositano sullo stesso (siano essi Gram + o Gram -). Questa proprietà consente di diminuire il cattivo odore che si sprigiona dai nostri capi d’abbigliamento (sono proprio i batteri morti che causano quel maledetto oodore…). Quindi, qualunque batterio potrà sempre depositarsi e vivere la sua vita sul tessuto, ma non proliferare.
Quando i tessuti sono antibatterici
La soluzione più comune è quella del polimero modificato (sia esso poliammide o poliestere). Un’altra soluzione, che sconsiglio vivamente è quella che utilizza ioni d’argento.
L’argento è sicuramente antibatterico (e questo è ormai ben noto a tutti) ma si tratta sempre di un metallo pesante e quindi, un composto chimico con tutta una serie di pessime controindicazioni.
Ovviamente ne è vivamente sconsigliata l’ingestione (e ritengo che nessuno di noi pensi di masticare e di ingoiare una t-shirt, una camicia o altro, anche se il collega ci fa innervosire…) ma è evidente che lo smaltimento (azione già di per sé complicata per i capi d’abbigliamento normali) diventa ancora più complesso.
Eviterei dunque vivamente qualunque capo d’abbigliamento realizzato con materie prime il cui effetto anti batterico derivi dall’argento.

Esiste invece già una soluzione decisamente molto interessante e, questa volta, ECOLOGICA.
E’ possibile infatti applicare a qualunque tipologia di filati (inclusi filati riciclati e/o biologici) delle nanomolecole completamente biodegradabili che legano un composto antibatterico.
Si tratta di un’innovazione molto interessante che viene già applicata in ambito medicale e che sta iniziando ad avere un impatto favorevole presso alcuni marchi internazionali (soprattutto nel settore sportswear) (tra l’altro, oltre alle nanomolecole antibatteriche, sono già applicabili nanomolecole con proprietà anti infiammatorie).
Trattandosi di un prodotto biodegradabile, si apre una porta molto importante verso una tecnicità sostenibile, ad oggi non ancora possibile.
Dai test eseguiti, si tratta di prodotti applicabili a qualunque tipologia di filato o tessuto, e con un’ottima resistena ai lavaggi (l’efficacia del prodotto rimane al 90% anche dopo 100 lavaggi a 60°C). Una vera e propria “rivoluzione” tecnologia che abbraccia le esigenze di eco sostenibilità.
Da non confondere assolutamente con le microcapsule già ampiamente utilizzate in ambito tessile / abbigliamento, in quanto queste sono sempre realizzate con un involucro microscopico in plastica e, quindi, assolutamente non ecologiche (oltre al fatto che la loro resistenza ai lavaggi è decisamente bassa).
Ad ogni buon conto, possiamo essere un po’ più tecnici (la proprietà antibatterica dei tessuti è indubbiamente un “plus” tecnico per un capo d’abbigliamento), essere un pochino meno maleodoranti (e questo non guasta mai), ma anche ecosostenibili (cosa che fino a poco tempo addietro non era ancora possibile in questo ambito specifico).
Tessuti antibatterici e sostenibilità
La possibilità di realizzare tessuti con proprietà antibatteriche è ormai nota da diverso tempo. Le soluzioni disponibili sono molte.
Esistono già in commercio materie prime che vengono prodotte con polimeri antibatterici al loro interno (l’esempio classico è il nylon antibatterico) o che sfruttano le proprietà di alcune fibre naturali.
L’asticella però si alza nel momento in cui si vuole rendere antibatterici tutti i tessuti o addirittura poter combinare la biodegradabilità con l’antibattericità. E’ il caso, per esempio del nylon biodegradabile.

Per far ciò, in nostro aiuto intervengono le nanotecnologie di cui abbiamo parlato (scienza che iniziò nel 1959 quando Richard Feynman suggerì un modo per sviluppare l’abilità di manipolare atomi e molecole tramite lo scale-down).
Oggi è infatti possibile applicare ai tessuti (siano essi naturali, artificiali o sintetici) delle nanomolecole con proprietà antibatteriche. Quindi, un tessuto realizzato in nylon biodegradabile può essere anche antibatterico grazie a questi nano componenti (personalmente ho utilizzato quelli prodotti dalla Smart Inovation: nanomolecole biodegradabili).
Quando un tessuto è antibatterico, è anche antiodore in quanto le colonie batteriche non prolificano e quindi si blocca la formazione dei cattivi odori.
Ciò significa che è possibile anche ridurre il numero di lavaggi nelle lavatrici domestiche e di conseguenza, è possibile aumentare la vita media del capo d’abbigliamento stesso.
Sappiamo tutti quanto inquina ogni lavaggio in una lavatrice domestica (detergenti, acqua, microplastiche, ecc.) e sappiamo perfettamente che aumentare la vita media dell’abbigliamento significa meno scarti da dover smaltire.
Per il momento, i primi risultati ci indicano che si riduce di circa un terzo il numero di lavaggi di una t-shirt realizzata in nylon biodegradabile con l’aggiunta di nanomolecole antibatteriche al tessuto.
E direi che siamo già ad un ottimo risultato.
Ovviamente è una tecnica applicabile a tutti i capi d’abbigliamento dove il sudore emesso dal corpo umano è in forma di vapore. Nel momento in cui si parla di sudore in forma liquida, la situazione si complica.
Il tessuto deve comunque avere un’ottima traspirabilità in modo che la maggior parte del sudore possa attraversare il substrato tessile ed evaporare.
Per ulteriori informazioni su questo argomento leggere anche Abbigliamento Anti Sudore e Anti Odore
Ioni d’argento antibatterici
Già prima della pandemia che ha colpito il mondo intero, venivamo bombardati da messaggi pubblicitari che reclamizzavano prodotti “miracolosi” per difenderci da questi microscopici esseri viventi.
Oggi, siamo ancora più attenti a tutto ciò che tocchiamo e indossiamo: il virus che ha cambiato radicalmente le nostre vite ha posto l’accento sulla problematica dei tessuti anti batterici o pseudo tali.
Analizziamo oggi, in particolare, i tessuti arricchiti d’argento e cerchiamo di capire la loro reale efficacia.
Il trattamento di materie prime tessili con ioni d’argento è una delle tecniche più facili da utilizzare e quindi con più ampia diffusione (anche da parte di numerosi brand).
Bisogna riconoscere il fatto che, fin dall’antichità, l’argento è conosciuto proprio per le sue proprietà anti batteriche.
Considerando che i manufatti tessili che contengono anche piccole percentuali di questo metallo hanno un prezzo di vendita decisamente più elevato, rispetto al corrispondente senza argento, è lecito chiedersi se l’efficacia sia reale.
L’effetto antibatterico di una superficie trattata con argento è dato dalla sua capacità di rilasciare una corrente di ioni d’argento che impedisce l’attecchimento dei batteri sulla superficie stessa. Gli ioni d’argento sono in grado di agire sulla membrana cellulare, distruggendo il microrganismo.
Uno degli errori più grossolani che si possa commettere è quello di associare una maggiore forza antibatterica ad una presenza percentuale alta di argento sul manufatto tessile.
Gli effetti sono da ricondurre ad altri fattori: in che forma è presente l’argento, quando e come viene applicato alla materia prima, presenza di altri agenti antibatterici, caratteristiche intrinseche del tessuto, ecc.
Altro fattore importante è che l’efficacia non è indiscriminata: l’argento ha infatti spesso un’azione selettiva su alcuni batteri e non su altri.
Esiste poi il problema ambientale. Sulla base della metodologia con cui è stato applicato, il metallo si disperde nelle acque di scarico dopo pochi lavaggi nelle lavatrici domestiche.
Sebbene l’argento sia un metallo poco tossico (si può usare a contatto con la pelle, salvo allergie specifiche), un utilizzo massivo potrebbe, a lungo termine, rappresentare un importante pericolo ambientale: esiste il rischio concreto che si accumuli negli impianti di trattamento delle acque reflue e che finisca nei corsi d’acqua e nei mari.
Meglio usare alternative anti-batteriche agli ioni d’argento
La tecnologia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni (soprattutto in quelli recenti). Oggi esistono soluzioni alternative decisamente più interessanti, più efficaci e meno impattanti a livello ambientale.
A partire da materie prime completamente anti batteriche (il principio attivo è inserito all’interno del polimero stesso e quindi l’efficacia è decisamente più lunga), fino ad arrivare all’applicazione di nanomolecole completamente biodegradabili e con elevata solidità ai lavaggi (ottime sia per batteri Gram + che per batteri Gram -).
Ma possiamo anche spingerci oltre con soluzioni decisamente più ecologiche. Esistono infatti fibre artificiali con spiccate caratteristiche anti batteriche intrinseche. Il Tencel ne è un esempio molto evidente.
Un suggerimento: diffidate da chi vi pubblicizza tessuti anti virali, o vi racconta che un indumento anti-batterico può essere anche anti virale: è una menzogna.


