COP26: presentata la richiesta di una nuova politica commerciale
L’industria globale dell’abbigliamento e del tessile, che genera oltre 1,5 trilioni di dollari di entrate annuali e ha utilizzato 109 milioni di tonnellate di fibre nel 2020, sta lavorando attivamente per essere parte della soluzione alla crisi climatica.
Durante la COP26 oltre 50 aziende e organizzazioni hanno unito le forze per chiedere un cambiamento di politica per incentivare l’uso di materiali meno impattanti per l’ambiente come il cotone biologico e le fibre riciclate.
La richiesta, presentata alla COP26 da Textile Exchange, è una soluzione pratica per aiutare l’industria a raggiungere i suoi obiettivi climatici con una leva politica importante ma spesso trascurata: la politica commerciale.
Con oltre 600 membri che rappresentano marchi, rivenditori e fornitori, Textile Exchange ha, per anni, avuto un impatto positivo sul clima accelerando l’uso di fibre a basso impatto nell’industria tessile globale e ora, lo sta rendendo un obiettivo imperativo attraverso la sua strategia 2030: Climate+.
Il costo è una delle principali barriere affrontate dalle aziende che cercano di spostare la propria catena di approvvigionamento verso materiali più sostenibili per l’ambiente.
Ma mitigando o restringendo il prezzo di questi materiali, i meccanismi commerciali possono essere utilizzati per incentivare l’aumento di produzione e dell’adozione di queste fibre, rendendole più favorevoli o quantomeno di pari prezzo alle loro controparti convenzionali.
L’utilizzo della “politica commerciale” per incentivare una migliore pratica nell’approvvigionamento dei materiali è un uso innovativo della legislazione, che lavora per promuovere azioni positive ed ha il potenziale per livellare il “campo di gioco” finanziariamente, spianando la strada a tutte quelle aziende impegnate nell’approvvigionamento di materiali più sostenibili, senza che, la riduzione dei costi, si rifletta ad esempio sugli agricoltori che coltivano le fibre.
I materiali preferibili dal punto di vista ambientale dovrebbero essere definiti come quelli provenienti da fonti certificate e verificate, che possono essere tracciate dalla materia prima al prodotto finito e che sono collegati a riduzioni dell’impatto ambientale basate sui dati. Il cotone organico ha in genere un’impronta di carbonio inferiore rispetto al cotone convenzionale, ad esempio, come nel caso del poliestere riciclato rispetto al poliestere vergine.
La preferenza è comunque da indirizzare verso materiali che siano riciclabili alla fine del loro ciclo di vita.
Textile Exchange ha, per anni, avuto un impatto positivo sul clima, soprattutto accelerando l’uso di questi materiali nell’industria della moda e del tessile. Oggi, grazie alla sua esponenziale crescita, è certamente in una posizione unica, che gli consente di lavorare a stretto contatto con governi e industrie.
La richiesta di “politica commerciale” si basa sul Textile Exchange’s Preferential Tariff Project, avviato nel 2018, che ha esplorato incentivi come crediti d’imposta e/o sospensione o riduzione dei dazi di un materiale importato o di un prodotto finito e certificato.
Un’azione tangibile per rimuovere la barriera nei confronti dei materiali più sostenibili: l’aumento dei costi.
Con il riconoscimento che le iniziative politiche possono differire in base alla giurisdizione, alla COP26, Textile Exchange ha esortato i responsabili politici a considerare la possibilità di lavorare con l’industria dell’abbigliamento e del tessile, con lo scopo di sviluppare meccanismi di politica commerciale in questo specifico settore.
A sua volta, ciò consentirebbe di raggiungere l’obiettivo industriale di Textile Exchange di una riduzione del 45% delle emissioni di gas serra (GHG) entro il 2030 nella fase di pre-filatura della produzione di fibre e materiali tessili.


