Dove finiscono tonnellate di rifiuti tessili?
Parlando spesso di moda circolare ci sembrava giusto parlare di uno dei problemi più grandi dell’industria tessile e della moda: i rifiuti tessili.
L’aumento dei volumi di produzione e consumo di moda ha portato a un drammatico aumento dei rifiuti tessili.
Meno male che noi occidentali siamo creativi, infatti abbiamo gestito l’eccesso di rifiuti tessili esportandoli nei paesi in via di sviluppo: in pratica “rubiamo” le loro risorse primarie e per ringraziarli li riempiamo di rifiuti.
Di certo questa cattiva pratica non può continuare, dato che molti paesi in via di sviluppo stanno vietando l’importazione di rifiuti tessili, sia per proteggere la produzione tessile nazionale (Turchia e Cina) sia perché i mercati sono sovrasaturati da indumenti di seconda mano che hanno sostituito le produzioni locali di abiti nuovi (in alcuni stati dell’Africa).
Una montagna di vestiti – L’impatto ambientale dei rifiuti tessili (video)
Rifiuti tessili pre-consumo
I rifiuti tessili pre-consumo, chiamati anche rifiuti di produzione, nascono durante le varie fasi di lavorazione di tessuti e indumenti e comprendono i rifiuti di fibre, filati e tessuti.

L’innovazione tessile, la crescente attenzione verso la sostenibilità e la riduzione forzata dei costi di produzione spingono le aziende verso un modello di produzione ZeroWaste (zero rifiuti), seppur uno studio del 2018 ha stimato che ben il 15% del tessuto utilizzato nella produzione di indumenti viene sprecato (Niinimäki, Sustainable Fashion in a Circular Economy).
In altri studi la cifra è intorno al 10% di spreco per pantaloni e jeans e >10% per camicette, giacche e biancheria intima.
Alcune stime decisamente più negative collocano lo spreco di tessuti durante la fabbricazione degli indumenti intorno al 25-30% (Reverse Resource). La produzione di indumenti è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni e insieme a questa cresce anche lo spreco di risorse.
Come ridurre i rifiuti tessili pre-consumo?
Per diminuire la quantità di rifiuti tessili pre-consumo prima di tutto bisognerebbe rallentare la produzione -cosa che è accaduta durante la pandemia- e poi si dovrebbe migliorare la comunicazione tra le fasi di progettazione e quelle di produzione. Questo perché se in fase di progettazione si pensasse di più al discorso sostenibilità (eco-design) di certo ci sarebbero meno sprechi.
Negli ultimi anni si è posta poi molta attenzione verso i “deadstock”, i quali non sono altro che gli indumenti nuovi che non vengono venduti e sono di conseguenza designati come come rifiuti tessili pre-consumo.
Secondo l’articolo One third of all clothing “never sold” di EcoTextileNews i dati sarebbero questi:
- 1/3 di tutto l’abbigliamento importato nella UE è venduto a prezzo pieno
- 1/3 è venduto a prezzo scontato
- 1/3 non viene venduto affatto
Nei Paesi Bassi, tuttavia, è stato stimato con sicurezza che 21 milioni di indumenti erano invenduti nel 2015, i quali rappresentavano il 6.5% degli indumenti totali (quindi molto meno di 1/3 stimato da EcoTextileNews), ma i Paesi Bassi sono molto attenti alla sostenibilità a differenza di altri paesi.
H&M ha dichiarato di avere 4,3 miliardi di dollari di invenduto nei magazzini, a seguito di rapporti sull’incenerimento da parte dell’azienda di abiti nuovi in un impianto di termovalorizzazione in Danimarca. Mentre il marchio di lusso britannico Burberry ha incenerito 90 milioni di sterline di inventario invenduto in 5 anni.
Anche se l’incenerimento del deadstock “recupera” un po’ di energia dai prodotti (termovalorizzazione), genera più emissioni e inquinanti atmosferici rispetto al riutilizzo / riciclaggio. Tuttavia, c’è da dire che le emissioni di carbonio associate all’incenerimento dei vestiti sono relativamente basse se confrontate con le emissioni di carbonio emesse durante la produzione di un indumento.
Eppure, anche se questi numeri sulle emissioni di carbonio dicono che spesso conviene bruciare i vestiti piuttosto che venderli sottocosto, la maggior preoccupazione è l’impatto ambientale: energia, risorse, acqua e prodotti chimici utilizzati per produrli.
Basterebbe quindi produrre qualche indumento in meno, ma per le grandi multinazionali sembra davvero uno scoglio insormontabile ridurre la propria produzione.
Rifiuti tessili post-consumo
I rifiuti tessili post-consumo comprendono indumenti scartati dai consumatori, tra questi quasi il 60% dei circa 150 miliardi di indumenti prodotti globalmente (2012) vengono scartati entro pochi anni dall’acquisto.
Il passaggio dal consumo ai rifiuti tessili post-consumo è rapido: stando alle statistiche la vita di tre tipi di indumenti (magliette, camicie, pantaloni) in sei paesi (Cina, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) hanno una durata media di soli 3,1 / 3,5 anni per capo.
La breve durata degli indumenti insieme all’aumento del consumo, hanno portato a un incremento del 40% dei rifiuti tessili smaltiti in discarica negli Stati Uniti tra il 1999 e il 2009 e, a livello globale, i tessili rappresentano fino al 22% dei rifiuti nel mondo.
Gli Stati Uniti che il Regno Unito sprecano una media di 30 kg di tessili per persona ogni anno, l’Australia 27 kg all’anno, la Finlandia 13 kg e la Danimarca 16 kg (non abbiamo dati per l’Italia, ma non credo che siamo molto lontani dagli Stati Uniti in fatto di sprechi).

Nonostante l’elevata produzione, il riciclo di tessuti resta davvero basso: solo il 15% dei rifiuti tessili post-consumo è stato raccolto a scopo di riciclaggio nel 2015 e solo l’1% di questi viene riciclato per creare prodotti legati alla moda.
Infatti, la maggior parte dei tessuti riciclati (circa 6,4 milioni di tonnellate) vengono utilizzati in applicazioni di minor valore rispetto alla moda, come materiale isolante per il settore edile, panni e imbottiture di materassi. Mentre 1,1 milioni di tonnellate vengono perse durante la raccolta e la lavorazione.
I tassi di raccolta di materiali tessili post-consumo variano molto da un paese all’altro, ad esempio l’11% in Italia contro il 75% in Germania.
La quantità di raccolta dal Regno Unito è di 11 kg pro capite, un valore molto alto e secondo solo alla Germania, ma questo valore così alto è in parte dovuto al consumo più elevato di abbigliamento e altri prodotti tessili rispetto a qualsiasi altro paese dell’UE.
Come ridurre i rifiuti tessili post-consumo?
Nel marzo 2019 è stato firmato Piano d’Azione per l’Economia Circolare, il quale ha proposto che i tassi di riciclo-raccolta dovrebbero essere considerati in relazione ai tassi di consumo.
Quindi, per chiudere il cerchio e ridurre i rifiuti tessili post-consumo, nonché aumentare il riciclo degli stessi, i consumatori devono migliorare la loro raccolta differenziata, ma soprattutto la produzione e il consumo di indumenti devono rallentare notevolmente.
Questo nuovo piano prevede ampi sforzi per le aziende ed i governi coinvolti che dovranno raggiungere determinati obiettivi entro il 2025. E’ evidente che serve un’azione dall’alto a livello legislativo.
Approfondiamo l’argomento nel nostro articolo Moda e inquinamento, il riciclo è la via più sostenibile?
Quanti e quali rifiuti tessili produciamo in Europa?
L’Unione Europea produce circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno. Indumenti usati, ma anche lenzuola, tappeti, copriletti, tappezzerie e un lunghissimo eccetera. Attualmente solo il 20% viene riciclato. Il resto finisce in discarica o viene semplicemente incenerito.
Vediamo alcuni dati significati sulla provenienza dei rifiuti tessili:
- Negli appositi contenitori di raccolta: 0,08 milioni di tonnellate
- Nei rifiuti urbani: 5,8 milioni di tonnellate
- Tappeti: 1,6 milioni di tonnellate
- Materassi: 0,3 milioni di tonnellate
- Mobili: 0,4 milioni di tonnellate
- Uniformi; 0,08 milioni di tonnellate
- Veicoli demoliti: 0,19 milioni di tonnellate
- Produzione tessile: 0,9 milioni di tonnellate
Per cercare di cambiare la situazione e utilizzare al meglio questi rifiuti tessili, i ricercatori europei hanno progettato e costruito a Maribor, in Slovenia, un impianto pilota nell’ambito del progetto “Resyntex“.
Secondo gli ingegneri ambientali locali, la città di Maribor raccoglie circa 400 tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, di cui solo una piccola percentuale viene riciclata. Il motivo è che i tessuti sono materiali altamente lavorati e, come ben sappiamo, riciclarli è particolarmente difficile.
“Sappiamo tutti che i tessuti devono essere tinti. Vengono anche bruciati con materiali chimici. Spesso hanno una finitura impermeabile. Sono anche composti da vari materiali, come i metalli… è presente anche la plastica“, spiega Mojca Poberznik, ingegnere dell’Istituto di Protezione Ambientale.
Ci auguriamo quindi che il progetto Resyntex prenda piede e ottenga i fondi necessari per svilupparsi nel minor tempo possibile.
Cambiare il paradigma dei rifiuti tessili
L’attuale logica di business della moda (ma non solo) si basa su una produzione veloce, anche a discapito della qualità dei prodotti. Questo porta a un consumo insostenibile, un rapido consumo di risorse, rifiuti tessili sempre più ingombranti, e un impatto ambientale incontrollato.
Sia i processi di produzione che gli atteggiamenti di consumo devono essere cambiati. Ciò richiede il coinvolgimento di tutte le parti interessate:
- L’industria tessile per investire in tecnologie pulite;
- La moda moda per costruire nuovi modelli di business;
- I consumatori per cambiare le loro abitudini di consumo;
- I politici per modificare la legislazione e le regole globali.


