Ali Enterprise, 260 morti senza giustizia

Ragazza con cartello vittime ali enterprise
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La fabbrica di abbigliamento Ali Enterprise in Pakistan prende fuoco

Nel 2012, a causa di un grosso incendio, 260 persone sono morte nella fabbrica di abbigliamento Ali Enterprise in Pakistan. Oggi, a distanza di 8 anni, il verdetto del tribunale ignora completamente i fallimenti sistemici della fabbrica, esempio lampante di un fallimento ancor più grande riguardante l’intera industria tessile.

Insieme all’incidente del 2013 al Rana Plaza, questo è uno dei più grandi disastri causati dalla Fast Fashion.

Il 22 settembre, il tribunale antiterrorismo di Karachisent ha condannato a morte due lavoratori del Movimento Muttahida Qaumi con l’accusa di incendio doloso e i quattro guardiani della fabbrica sono stati condannati all’ergastolo.

Mentre i proprietari della fabbrica Ali Enterprise sono usciti senza una condanna.

La vedova Saeeda Khatoon che ha perso anche il suo unico figlio nella tragedia, intervistata dal giornale Dawn ha dichiarato: “La fabbrica non aveva vie di fuga, e le uscite extra o secondarie, se ce n’erano, erano tutte bloccate o chiuse a chiave. Eppure, se ora si dice che la tragedia è stata causata dal terrorismo, allora i proprietari della fabbrica sono i più grandi terroristi qui”.

MIrjam van Heugten della Clean Clothes Campaign afferma con convinzione: “Questo incendio non è stato un incidente. Tutte le vittime avrebbero potuto essere salvate se non fosse stato per le porte bloccate, le finestre sbarrate e un’industria di revisione fallimentare.”

“È giunto il momento che le multinazionali siano legalmente responsabili del loro comportamento nelle loro catene di fornitura, compresa l’attenzione per la sicurezza delle fabbriche, ancora oggi molto carente in Pakistan (ndr: come in altri paesi). Questo potrebbe avvenire attraverso la due diligence obbligatorie sui diritti umani, come proposto dal Commissario UE Didier Reynders, o dalla legislazione sulla catena di fornitura, come discusso in Germania, così come attraverso la regolamentazione della responsabilità legale delle società di revisione sociale”

Nasir Mansoor, segretario generale della Federazione Nazionale dei Sindacati (NTUF) ha spiegato nell’articolo pubblicato sulla rivista Dawn “che la questione principale non era se si trattasse di un incendio doloso o accidentale, ma che la fabbrica non era dotata di un sistema antincendio adeguato.

Ali Enterprise - la fabbrica vista da dentro dopo l'incendio
“Tutte le uscite della fabbrica, comprese le finestre, erano dotate di sbarre di ferro. L’attrezzatura antincendio presente non era funzionante. Gli operai non sono stati addestrati ad affrontare le emergenze. Anche la fabbrica lavorava illegalmente: il suo progetto di costruzione non fu approvato dai dipartimenti interessati, e queste sono le principali ragioni che portarono alla morte di oltre 260 lavoratori innocenti”.

Il marchio Kik era il principale acquirente di abbigliamento prodotto dalla fabbrica al momento dello scoppio dell’incendio. Magari non tutti lo conoscono, comunque è un rivenditore tedesco di moda low cost e prodotti per la casa con diversi punti vendita in Europa e anche in Italia.

Chiaramente né i proprietari di Ali Enterprise né il principale cliente avevano un incentivo a migliorare la sicurezza della fabbrica, in quanto la stessa era stata certificata come sicura dall’ente di controllo italiano “RINA”, secondo lo standard Social Accountability International SA8000.

La beffa è che questa certificazione è stata estesa proprio poche settimane prima dell’incendio mortale.

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Ali Enterprise era stata certificata come “sicura” da SA8000

In questo blog siamo dei sostenitori delle certificazioni tessili, parliamo di moda sostenibile e di moda etica solo quando abbiamo delle “certificazioni” che garantiscano questi appellativi. Ma siamo anche persone che vivono in questo mondo con la consapevolezza che le frodi, la corruzione e la superficialità sono elementi che contraddistinguono l’essere umano, e che difficilmente riusciremo a estirparli dalla nostra natura.

Le certificazioni tessili per come sono studiate possono davvero fare la differenza, il problema si pone quando gli standard imposti dalla certificazione vengono ignorati da coloro che dovrebbero garantirne l’applicazione: gli esseri umani, in questo caso chiamati “ispettori”, che vengono inviati dagli enti di controllo.

Di chi è la colpa? Di certo non degli standard imposti dalla certificazione, bensì dell’ente che si occupa di garantirne l’applicazione. Anche fosse la corruzione di un singolo individuo (l’ispettore), la colpa sarebbe comunque attribuibile all’ente di controllo RINA, in quanto responsabile del comportamento dei suoi dipendenti.

Teniamo a mente che l’ente di controllo crea il suo profitto economico sulla necessità delle aziende di dimostrare che stanno facendo “qualcosa di buono”. Quindi potrebbe scegliere di proteggere le aziende piuttosto che cambiare le condizioni di lavoro, anche se queste condizioni sono spesso indignitose, come nel caso di Ali Enterprise.

Finora i sistemi legali non hanno ritenuto RINA come responsabile delle loro rassicurazioni mortali.

Nel 2018, le famiglie colpite dall’incendio nella fabbrica Ali Enterprise, insieme a una coalizione di sindacati e ONG pakistane ed europee, hanno presentato una denuncia contro l’ente di controllo italiano “RINA” presso il Punto di Contatto Nazionale (NCP) dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) presso il Ministero dello Sviluppo Economico di Roma.

RINA dovrebbe osservare le Linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali.

Le famiglie hanno quindi esortato RINA a pubblicare il rapporto di audit originale, a fornire un rimedio e delle scuse alle famiglie dei dipendenti di Ali Enterprise. I denuncianti hanno inoltre invitato RINA a sfruttare questo momento per rimediare agli errori del passato e dare una qualche forma di giustizia alle famiglie colpite da questo disastro.

A quanto pare però, questo appello non verrà preso in considerazione e le cose continueranno ad essere così come sono.

Chiaramente ci auguriamo che non sia così, e nel frattempo continueremo a sponsorizzare la moda come sostenibile solo quando dispone di certificazioni tessili, poiché gli standard imposti, se fossero applicati alla lettera, sarebbero una buona soluzione a molti dei problemi legati al settore tessile, sia ambientali che sociali.

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