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Coloranti naturali

Dal dizionario tessile di Vesti la natura

Come funziona questa guida?
L’associazione no-profit Vesti la natura mette a disposizione diverse guide gratuite appositamente create per rendere più consapevoli consumatori e imprenditori sui temi legati al settore tessile, con focus sulla moda sostenibile.

Se vuoi contribuire allo sviluppo di questo dizionario:

Una pentola, una brocca d'acqua e un tegamino usati per creare un colorante naturale

Indice dei contenuti

Cosa sono i coloranti naturali?

I coloranti naturali sono coloranti derivati ​​da piante , invertebrati o minerali. La maggior parte dei coloranti naturali sono coloranti vegetali provenienti da fonti vegetali ( radici, bacche, corteccia, frutta, foglie e legno) e altre fonti organiche come funghi e licheni.

Quali sono i coloranti naturali?

  • Arancione: carote, licheni, bucce di cipolla.
  • Marrone: radici di tarassaco, corteccia di quercia, gusci di noce, tè, caffè, ghiande.
  • Rosa: bacche, ciliegie, rose rosse e rosa, bucce e semi di avocado.
  • Blu: indaco, cavolo rosso, sambuco, gelsi rossi, mirtilli, uva viola, corteccia di corniolo.
  • Rosso: melograni, barbabietole, bambù, ibisco, bacche di sommacco rosso, foglie di basilico, gigli, bacche di picciolo, bacche di rovo, mirtilli rossi.
  • Grigio-nero: more, gusci di noce, radice di iris.
  • Verde: carciofi, radici di acetosa, spinaci, foglie di menta piperita, lillà, erba, ortiche, piantaggine, foglie di pesco.
  • Giallo: foglie di alloro, calendule, petali di girasole, iperico, fiori di tarassaco, paprica, curcuma, foglie di sedano, ramoscelli di lillà, radici di pizzo della Regina Anna, radici di mahonia, radici di crespino.

Quando sono nati i coloranti naturali?

Esistono prove della presenza di coloranti naturali risalenti al periodo neolitico. In Cina, la tintura con piante cortecce e insetti risale a più di 5.000 anni fa.

Nel corso della storia le persone hanno tinto tessuti usando i materiali disponibili localmente, ma quei coloranti che hanno prodotto colori brillanti e permanenti come i coloranti provenienti da invertebrati marini, ad esempio il viola di Tiro estratto da una chiocciola marina, oppure il kerme cremisi estratto da un insetto chiamato kermes, diventarono velocemente oggetti di lusso molto apprezzati nel mondo antico.

Pezze di tessuto appese ad asciugare dopo essere state tinte con coloranti naturali

Le piante vegetali da cui derivano alcuni coloranti naturali come il guado (Isatis tinctoria), l’indaco, lo zafferano, la robbia, venivano coltivati su larga scala ed erano importanti merci commerciali in Asia ed Europa.

Coloranti naturali come la cocciniglia e il logwood (Haematoxylum campechianum) furono portati in Europa dalle flotte spagnole e i coloranti Europei furono trasportati dai coloni in America.

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Come si usano i coloranti naturali sui tessuti?

Pur essendo passati migliaia di anni il processo di tintura con coloranti naturali è cambiato poco nel tempo.

Tipicamente, il colorante naturale viene messo in una pentola d’acqua e quindi i tessuti da tingere vengono immersi nella stessa. La pentola viene riscaldata ed inizia il processo di miscelazione che consiste nel “mescolare” fino a trasferire il colore al tessuto.

La fibra tessile può essere tinta prima della filatura o dopo la tessitura, anche se nella maggior parte dei casi avviene dopo.

Molti coloranti naturali richiedono l’uso di sostanze chiamate “mordenti” per legare il colorante alle fibre tessili; galle da tannino, sale, allume naturale, aceto e ammoniaca estratta dall’urina erano usati dai primi uomini che si cimentarono nell’uso di coloranti naturali. All’epoca coloranti e mordenti creavano “odori forti” e le grandi tintorie venivano isolate nei loro distretti.

In Asia e Africa i “tessuti fantasia” venivano prodotti utilizzando tecniche di tintura resistenti, che implicava il controllo dell’assorbimento del colore nel tessuto tinto in pezza.

Quali tessuti vengono tinti con coloranti naturali?

I tessuti naturali sono i più facili da tingere, ad esempio cotone, seta, lana e lino.

Non tutti i tessuti possono essere infatti tinti con coloranti naturali, le miscele di tessuti sintetici sono molto difficili da tingere, anche se si può provare aumentando la quantità degli stessi. Conviene comunque testare su un campione di tessuto di prova.

I coloranti naturali si fanno strada gradualmente nel mercato globale della moda e la stessa produzione di tessuti ecologici tinti in modo naturale è un vantaggio per salvare l’ambiente dal pericolo dei coloranti sintetici.

Alternative ai coloranti naturali

A metà del XIX secolo la scoperta di coloranti sintetici ha innescato il declino dei coloranti naturali. Vengono tutt’oggi prodotti in grandi quantità con costi decisamente inferiori rispetto ai coloranti naturali. Sono ideali per tingere i tessuti sintetici (inventati più o meno nello stesso periodo dei coloranti sintetici), che invece sono molto difficili da tingere con coloranti naturali.

All’epoca molti artisti continuarono a preferire le tonalità pure e le sottili variabilità dei coloranti naturali, i quali si addolciscono con l’età ma preservano i loro veri colori, a differenza dei primi coloranti sintetici (oggi anche questi mantengono i colori).

Le tecniche di tintura naturale sono conservate dagli artigiani nelle culture tradizionali di tutto il mondo, ed oggi il mercato dei coloranti naturali sta vivendo una bellissima rinascita nell’industria della moda.

Grazie alla costante crescita di interesse verso quella che definiamo “moda sostenibile“, i consumatori mostrano infatti preoccupazione per la loro salute e per l’impatto ambientale causato dai coloranti sintetici, o più in generale dall’industria tessile (la seconda più inquinante al mondo).

C’è quindi una crescente domanda di prodotti che utilizzano coloranti naturali, e ne siamo davvero felici.

L’impatto ambientale dei coloranti (non naturali)

Molto spesso si va alla ricerca del capo d’abbigliamento realizzato con materiali riciclabili, si leggono con attenzione le varie etichettatura per capire se realmente stiamo facendo la scelta corretta per l’ambiente e se anche socialmente siamo sulla strada corretta.

Ma ci siamo mai chiesti come viene colorato l’abbigliamento?

Siamo consapevoli che, sebbene la materia prima sia la più rispettosa dell’ambiente, il capo d’abbigliamento che usiamo ha prodotti scarichi strabordanti di prodotti chimici?

La quantità di coloranti utilizzati nel tessile è purtroppo un dato non esattamente identificabile. Si ipotizza che si possa parlare di un quantitativo di circa 10.000 tonnellate / anno.

Purtroppo, anche il dato relativo alla quantità di coloranti tessili scaricati nell’ambiente è sconosciuto. Quello che si può ipotizzare è che, nella fase di produzione dei coloranti tessili ci sia uno scarto dell’ 1 -2 % e, durante il loro utilizzo nella tintura di filati o di tessuti, lo scarto è compreso tra l’1 e il 10 %.

Parliamo di scarti contenenti sostanze chimiche varie, tra cui anche cadmio, mercurio, cromo, ecc. Tutte queste sostanze finiscono nelle acque di scarico, nei fiumi, nei mari, negli oceani e nelle falde acquifere.

Colorare tessuti in modo sostenibile, si può!

E’ fondamentale considerare che, fino alla fine del 2019 (e non penso che ad oggi la situazione abbia avuto delle variazioni significative), più dell’ 80% dei coloranti tessili è di origine sintetica.

A questo, aggiungiamo il fatto che, un reale processo di tintura ecologico, non esiste ancora: non dimentichiamo infatti che, anche l’utilizzo di coloranti naturali richiede l’aggiunta di sali metallici che vengono poi ovviamente dispersi nell’ambiente. Ulteriori informazioni sui coloranti naturali.

Tutto questo, senza considerare i processi di finissaggio dei tessuti (cito, come esempio più evidente, la mercerizzazione del cotone) che sono altrettanto dannosi.

Negli ultimi anni, diverse aziende si sono impegnate nella ricerca di soluzioni alternative: pigmenti ricavati da materiali di scarto naturali, eliminazione dei metalli pesanti, utilizzo di anidride carbonica per la dispersione del colore nel polimero del filato, ecc.

Purtroppo, il grosso ostacolo da superare è quello legato ai costi di tali procedimenti. Si calcola infatti che, per poter produrre a basso impatto ambientale ed eliminare la chimica “cattiva”, si arriva ad un aumento dei costi di circa il 30 – 40%

Un progetto di fortissimo interesse è quello che si basa sull’inserimento nel DNA di una coltura batterica del gene responsabile di una certa colorazione individuata all’interno di un batterio. Di primo acchito sembrerebbe fantascienza (e soprattutto parlare di batteri in questo periodo sembrerebbe un oltraggio, ma così non è).

Con questo sistema, non servirebbe aggiungere grandi quantità di sali metallici: i batteri hanno la capacità di estrarre naturalmente dall’acqua la quantità minima di Sali necessaria alla loro sopravvivenza.

Filati “stampati”: i colori della moda amici dell’ambiente

Vorrei sottoporre alla Vostra attenzione una tecnica di tintura dei filati che oltre ad essere fantastica da un punto di vista “coreografico” (e quindi stilisticamente favorevole), è anche molto amica dell’ambiente.

Tessuto colorato con tecnica del filato stampato

La stampa dei filati è una tecnica che si conosce ormai da diversi anni ma solo ultimamente sta iniziando ad ottenere un importante interesse.

Viene ormai applicata su tutte le tipologie di filati (naturali o sintetici) sia in matassa che in rocca e quindi, utilizzabile sia in aguglieria come anche a livello industriale, senza limitazione.

Come già sappiamo, il settore tessile / abbigliamento è estremamente inquinante e l’acqua, è uno degli elementi maggiormente interessati. Gli scarichi industriali delle aziende tessili sono altamente devastanti. La tintura dei filati utilizza una quantità d’acqua decisamente elevata, con temperature spesso molto elevate e condita da numerosi prodotti chimici.

Il grande vantaggio della stampa dei filati è proprio quello di utilizzare un quinto della quantità d’acqua normalmente utilizzata, senza la necessità di alzare eccessivamente la temperatura della stessa.

Una tecnologia dunque decisamente meno invasiva e dai risultati cromatici sorprendenti.

I colori vengono iniettati nella rocca di filato (un ago per ogni colore) senza l’ausilio d’acqua e, nella successiva fase di roccatura, i colori si mescolano in una fantastica combinazione cromatica dando la possibilità di creare manufatti unici e pieni di vitalità.

Si tratta di una tipologia di tintura che sta iniziando ad interessare sia il settore abbigliamento puro (soprattutto la maglieria) sia il settore dell’abbigliamento sportivo (principalmente yoga e fitness, ma anche running, trekking, ecc.).

Uno degli ostacoli è ancora legato al risultato cromatico che si ottiene sul tessuto finito in quanto, a differenza del colore tinta unita, con i filati stampati, il mix finale che si ottiene è spesso imprevedibile (ma forse, anche questo dettaglio, inizia a risultare uno dei pregi).

La stampa su filati è oggi applicata su tutte le tipologie di fibre e su qualunque grossezza e quindi la disponibilità è infinita.

Solo un consiglio pratico: lavate questi capi a temperature basse in quanto, essendo stampati con poca acqua, la loro solidità ai lavaggi potrebbe risultare non elevatissima (ma Vi garantisco che è comunque ottima se si segue questo piccolo accorgimento). Un’ottima soluzione per un tessile / abbigliamento che preserva uno dei beni più preziosi del nostro pianeta.

Le fotografie si riferiscono a tessuti con composizioni diverse, inclusa la lana/seta. Non è stampato il tessuto, ma è il filato che è…multicolor.

Le particelle carrier per tingere in modo naturale

Come più volte già scritto, un manufatto tessile perde spesso le su caratteristiche ecologiche, biodegradabili o addirittura compostabili (caratteristica ancora molto rara nel settore tessile / abbigliamento) nel momento in cui subisce i vari processi di tintura e/o nobilitazione.

Quante volte ci troviamo di fronte ad un capo d’abbigliamento dove sull’etichetta viene citata una composizione più che “eco-rispettabile”, o sul packaging dello stesso fanno bella mostra i loghi fantasiosi delle tanto agognate certificazioni tessili? Le nostre aspettative d’acquisto sono realmente soddisfatte?

Se dovessimo realmente ragionare secondo una filosofia “eco-logica” e non puramente “ecologica” (la differenza è minima, ma quella linea tra i due termini segna un confine concettuale profondo), le domande che dovremmo porci vanno al di là della semplice materia prima utilizzata.

Il 99% del tessile/abbigliamento è ancora tinto con prodotti di sintesi e quindi con composti chimici che, seppur rientrino nelle famigerate liste degli enti certificatori (come è possibile rendere certificabile gli scarichi chimici, da un punto di vista ecologico, forse un giorno mi verrà spiegato…), producono scarichi dall’elevato tasso inquinante.

E’ vero che oggi abbiamo inventato anche la “chimica ecologica” (e qui ci sarebbe molto di cui discutere…), ma è altrettanto vero che si tratta di un settore che rappresenta una percentuale talmente minima sul comparto totale, che quando leggiamo “chimica ecologica” ci sembra quasi di parlare di “magia”.

Tramite particelle microscopiche biodegradabili dette “carrier”, è possibile tingere, con coloranti naturali, qualunque tipologia di substrato tessile, ottenendo ottime solidità ai lavaggi, alla luce e allo sfregamento.

Mediante questa tecnologia (ormai diffusa a livello industriale e quindi, non più solo prove di laboratorio), si riduce drasticamente il consumo di acqua (le tinture tradizionali utilizzano “oceani” d’acqua…) e non si consuma energia (la tintura avviene a bassa temperatura).

Frutta, liquirizia, cacao, verdure, fiori, alghe, terre e molti altri ancora sono i coloranti naturali: dalla natura al colorante per il nostro abbigliamento.

La resistenza alla sudorazione è ottima e quindi si tratta di soluzioni adatte anche per persone soggette ad allergie.

Proviamo ora ad immaginare una t-shirt realizzata con tessuto composto da eucalipto e alghe brune, e tinto con estratti di alga spirulina. Indosseremmo un prodotto morbidissimo ottenuto dalla natura e per la natura. Non esisterebbe nessun certificato in grado di aggiungere un “plus” valore più importante della bellezza che la natura ci offre.

Dimenticavo, questa t-shirt, oltre ad essere meravigliosamente biodegradabile, sarebbe anche completamente compostabile: prendere gentilmente dalla natura e, con la stessa gentilezza, restituire alla natura.

Tingere senza inquinare con la tecnologia Space Dyeing

Come dovrebbe essere ben noto a tutti, la fase tintoriale di un tessuto o di un capo di abbigliamento è una delle fasi a maggiore impatto ecologico e sociale che esista nella filiera tessile / abbigliamento.

Oltre alle enormi quantità d’acqua utilizzate, si aggiunge anche il numero di composti chimici nocivi che sono necessari ed indispensabili per poter dare “vita” ai diversi manufatti tessili che poi indosseremo.

Le normative specifiche sono in continua evoluzione e vengono aggiornate con i giusti divieti imposti all’utilizzo di determinati componenti.

Stessa sorte viene destinata agli scarichi industriali che costringono a forti investimenti per l’allestimento di adeguati impianti di depurazione (in Europa, la normativa è molto stringente e i controlli sono abbastanza frequenti mentre, in altre zone del globo, osservando il colore dei fiumi, si può subito immaginare quali saranno i colori di tendenza della prossima stagione moda…).

Il semplice utilizzo di coloranti naturali (indubbiamente una soluzione molto accattivante, ma anche molto “romantica” per i cultori di un tessile ecologico) non è sufficiente in quanto l’applicazione richiede comunque importanti risorse idriche e l’acqua è un bene che dovremo, prima o poi, deciderci a difendere con forza.

A questo, si aggiunge il fatto che, la cartella colori che potremmo creare rischierebbe di essere fin troppo esigua per il mondo della moda sempre alla ricerca di un arcobaleno cromatico senza limiti. Infine, le solidità di queste tinture non stanno ancora dando i risultati desiderati.

Ma allora cosa possiamo fare? Una buona notizia c’è (e qualcuno, leggendo che sto parlando di una buona notizia penserà che ho sicuramente preso un brutto colpo in testa…), anzi, esiste già da qualche anno.

Grazie ad una tecnologia sviluppata tra Tailandia e Olanda già da almeno un decennio, è possibile tingere i tessuti eliminando il passaggio critico e inquinante del consumo idrico e dei relativi scarichi.

Space Dyeing è il nome di questo “miracolo”. Con questa tecnologia è possibile tingere senza utilizzo di acqua e risparmiando fino al 50% dell’energia normalmente utilizzata nei procedimenti tintoriali tradizionali.

Mediante l’utilizzo del gas Supercritical Carbon Dioxide (utilizzato a circuito chiuso) è possibile tingere un tessuto di cotone (sulle fibre sintetiche riciclate, i risultati non sono male, ma c’è ancora qualcosina da sistemare) con un risultato perfettamente identico a quello che si ottiene con la tintura tradizionale.

Purtroppo si tratta di una tecnologia che richiede investimenti ancora abbastanza importanti e, a mio avviso, non ancora abbastanza pubblicizzata.

E’ comunque una luce importante da poter iniziare ad intravedere nel mondo della sostenibilità: non un’utopia ma qualcosa che già esiste e che sicuramente avrà ampi margini di miglioramento e di crescita.

In alcuni Paesi si stanno già compiendo forti investimenti (supportati dai Parlamenti locali) in tal senso: la Turchia (sembrerà strano ma è un Paese dove l’attenzione all’ecologia è molto più alto rispetto ad altri luoghi) è un esempio concreto.

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