Siti e app per vendere e acquistare moda di seconda mano
Se vuoi vendere o acquistare moda di seconda mano sei nel posto giusto, perché le abbiamo provate e abbiamo scritto articoli e guide all’utilizzo su ognuna di loro. Sono le più diffuse in Europa e chiaramente utilizzabili anche in Italia:
Ne aggiungeremo altre non appena avremo modo di testarle, molto presto!
La moda di seconda mano sale di prezzo e diventa”per pochi”
Apriamo un piccolo dibattito sull’etica del “nuovo mercato dell’usato”. In questi mesi abbiamo pubblicato diversi articoli riguardo le app di rivendita della moda di seconda mano, un mercato decisamente in forte crescita – si prevede che raggiungerà i 77 miliardi di dollari nei prossimi anni.
La rivendita della moda di seconda mano non è certo meglio della fast fashion?
Prolungare l’uso di un indumento non è meglio che produrne uno nuovo?
Le aziende non dovrebbero investire nel riuso e nella rivendita?
Certamente si, ma anche in questo settore inizia ad evidenziarsi un complesso rapporto tra rivendita e accesso, razza e potere.
Buona parte della generazione Z pensa che la moda di seconda mano sia “cool”. Questa generazione di consumatori sta guidando la crescita delle piattaforme di rivendita dell’usato. Cronache di vlogger, che fanno spesa in un negozio di seconda mano sono ormai una forma popolare di contenuto su YouTube e TikTok, a volte generando milioni di visualizzazioni.
Quel che si evidenzia in questi video virali è che la maggior parte sono donne bianche di classe media o superiore, il che ci fa riflettere.

Un’altro punto sui cui riflettere è la speculazione, infatti, cogliendo l’opportunità di mercato offerta dalla moda di seconda mano, gli individui si trasformano in imprenditori: comprano capi economici all’ingrosso da Goodwill e altri negozi di beneficenza, aumentandone il prezzo li vendono con profitti significativi sulle varie app e siti web dedicati alla rivendita di prodotti usati.
Questo approccio “imprenditoriale” fa aumentare il prezzo dei beni usati e, gli acquirenti a basso reddito, quelli che prima del “boom dell’usato” acquistavano regolarmente prodotti di seconda mano, vengono pian piano esclusi anche da questo mercato.
Le conseguenze, almeno per la maggior parte di noi, sono semplicemente nascoste, ma per molti altri è diventato un problema di primaria importanza, solo che non hanno i mezzi per contrastarlo.
Alcuni lo chiamano immorale. Altri capitalismo. Altri libero mercato.
E’ una vecchia storia quella “dell’appropriazione nella moda” da parte dei consumatori privilegiati, e l’attuale slancio nella rivendita della moda di seconda mano merita di essere esaminata attraverso la lente della gentrificazione.
Si deve rivalutare il modello di business della moda di seconda mano
Le piattaforme e le app di rivendita della moda di seconda mano si basano su venditori individuali (privati cittadini) e traggono profitto da ogni transazione.
Probabilmente, nelle fasi iniziali di sviluppo dei loro progetti, avranno immaginato che gli utilizzatori fossero semplici individui che cercano di vendere in modo sostenibile i propri vestiti usati, ma la realtà di oggi è che una classe crescente di imprenditori sta guidando questa crescita esponenziale.
È una narrazione familiare, non dissimile dall’immagine di un umile autista che fa qualche dollaro nei fine settimana con Uber.
Uber, come altre app di ridesharing sono state chiamate in causa per “razzismo” e messe in discussione per l’impronta di carbonio dei loro servizi, per non parlare dell’accesa lotta contro chi offre gli stessi servizi come lavoro primario, come i tassisti.
Vediamo quindi come i potenziali benefici sociali e ambientali di questi nuovi modelli di business, possano diventare rapidamente complessi ed essere messi in discussione. Dobbiamo per forza di cose considerare i reali impatti ambientali e sociali, così come le conseguenze indesiderate delle singole piattaforme.
Purtroppo però, è ben documentato che la maggior parte delle donazioni effettuate a Goodwill (e piattaforme simili) finiscono nelle discariche, o inondano i mercati del sud del mondo, il che non aiuta ad affrontare l’impatto ambientale dell’industria dell’abbigliamento in generale. Il che ci porta alla domanda: è meglio che questi prodotti finiscano nelle mani di “imprenditori immorali” e rivenduti nelle app al doppio del prezzo?
È quindi importante riconoscere il contesto sociale ed economico della rivendita e considerare l’accessibilità di nuovi modelli di business. Ma non dimentichiamo che il cambiamento dei sistemi richiede un pensiero sistemico: mettere un cerotto su un sintomo non affronterà la causa principale dei rifiuti e dell’inquinamento nell’industria dell’abbigliamento.
La vendita della moda di seconda mano deve essere parte della soluzione.
Quando la moda di seconda mano diventa un problema sociale e ambientale
Spesso si parla di riciclo di abiti usati per poter contribuire in modo reale a diminuire la grande piaga mondiale della quantità di prodotti che vengono gettati nelle discariche (quantità in fortissimo aumento dopo che la fast fashion abusa ormai prepotentemente dell’intelligenza umana e porta ad acquisti sin troppo spesso “compulsivi”).
Non stiamo a citare i numeri relativi all’impennata vertiginosa che stiamo vivendo nella quantità di abiti acquistati e soprattutto, della diminuzione della vita media di ognuno di questi articoli. Voglio invece portare alla luce un fenomeno triste e raccapricciante.
Il mercato mondiale degli moda di seconda mano ha un valore che si aggira intorno ai 4 miliardi di euro e, l’Italia, gioca un ruolo abbastanza importante con una raccolta di abiti usati che si aggira intorno alle 150 mila tonnellate l’anno.
Il continente africano rappresenta uno dei destini privilegiati degli indumenti usati, anche se, l’Africa sta diventando terreno fertile anche per la moda low cost delle grandi catene di distribuzione.
L’Africa pre-Covid (purtroppo, la pandemia ha rivoluzionato e rivoluzionerà le strategie industriali e d’impresa di tutte le Nazioni del globo), viveva un importante tentativo di ripresa industriale orgogliosa, e il tessile / abbigliamento era (e lo sarà ancora) uno dei settori fortemente interessati a questa “brezza profumata di voglia di vivere autonomamente”.
I Paesi aderenti all’East African Community dal 2016 avevano applicato alcune tasse sull’importazione della moda di seconda mano, agevolando il prodotto locale (e qui, evitiamo discorsi inutili legati al libero scambio e alla libera concorrenza perché sarebbe davvero inutile dover controbattere).
Il tutto con l’obiettivo di vietare completamente l’importazione del “second hand clothing” dal 2019.
Purtroppo, l’iniziativa ha visto la reazione “rabbiosa” degli Stati Uniti.
L’organizzazione Secondary Materials and Recycled Textiles ha infatti richiesto l’intervento dell’ex Presidente americano (per mie ragioni personali non mi sento nemmeno di digitare il nome del signore in oggetto, o forse è la mia tastiera che si rifiuta) il quale, attraverso l’USTR ha minacciato di imporre sanzioni commerciali alle “nazioni africane ribelli” (che poi, a cosa si sarebbero ribellare? ad un nuovo colonialismo?) e di espellerle dall’African Growth and Opportunities Act (un accordo che consente agli Stati africani di esportare le proprie merci verso gli Stati Uniti con dazi agevolati).
Di fronte a cotanta arroganza, si avvalora ancora di più il concetto più volte pensato, scritto e sostenuto che, se sono gli stessi marchi internazionali che boicottano in modo così plateale una reale sostenibilità (intesa anche come sostenibilità sociale, non solo ambientale), diventa estremamente arduo poter pensare ad un futuro diverso da quello attuale.
La speranza non deve mai morire, è vero, ma non penso che le strade che stiamo percorrendo sono quelle realmente adeguate.
Sostenibilità significa, anche e soprattutto, socialità e rispetto delle etnìe. Ancora una volta, sostenibilità non è un certificato da sbandierare sulle etichette dei capi d’abbigliamento e non è solo una materia prima ecologica.
Sostenibilità è un concetto “universale”: da studiare, da capire e da perseguire.


