Clean Clothes Campaign per una Moda più Etica

Clean Clothes Campaign protesta civile
Indice

Cos’è la Clean Clothes Campaign?

Clean Clothes Campaign è una rete internazionale dedicata al miglioramento delle condizioni lavorative dell’industria dell’abbigliamento. Si occupa principalmente di moda etica e di aspetti sociali, quelli che spesso vengono sottovalutati da chi acquista un semplice indumento o un accessorio alla moda.

In particolar modo focalizza le sue azioni su questi aspetti:

  • Salari dignitosi
  • Luoghi di lavoro sicuri
  • Contratti equi
  • Solidarietà
  • Parità dei sessi
  • Accordi vincolanti
  • Diritti di organizzazione
  • Filiere trasparenti

Lo fa attraverso delle campagne mirate, come potrebbero essere delle petizioni da firmare online o della azioni di condivisione rivolte ai consumatori e ai social network.

L’obiettivo primario è quello di ridurre la povertà, e per raggiungere questo obiettivo vengono coinvolti grandi marchi di moda, catene di distribuzione, ONG e associazioni, per fa si che offrano il loro supporto logistico e la massima trasparenza possibile.

Vediamo nel concreto come agiscono e in quali ambiti operano.

Quando la moda è sostenibile?

Come riconoscerla?

Dove acquistarla?

Inizia il tuo percorso!

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Campagne attive nel settore tessile

Sono molte le campagne e le petizioni internazionali lanciate in questi anni dalla Clean Clothes Campaign, e quelle che seguono sono solo le più recenti e ancora attive.

Azioni concrete, che però hanno bisogno di supporto da parte dei consumatori. Senza questo è difficile, se non impossibile, ottenere vittorie schiaccianti contro governi e “grandi marchi” della moda.

Colmare il Divario: Fashion Checker

Uno dei più grandi problemi dell’industria della moda sono i salari dei dipendenti che lavorano per le grandi multinazionali. Come ben saprete le grandi aziende hanno delocalizzando la produzione nei paesi dove la manodopera e la tasse sono al minimo sindacale, il problema si pone quando si va al di sotto di questa soglia.

Risulta quindi di fondamentale importanza lottare per i diritti di questi lavoratori. La moda sostenibile non riguarda solo l’ambiente, ma anche tutte le persone che lavorano in questo settore: mentre i dirigenti delle grandi aziende continuano ad incassare, lo fanno a spese di chi crea i nostri indumenti: uomini e donne come noi, le ultime ruote del carro.

La Clean Clothes Campaign ha quindi sviluppato un complesso sistema di tracciamento chiamato Fashion Checker, il quale permette a chiunque di attingere ad informazioni sui fornitori di ogni singolo brand di moda. Chiaramente non tutte le aziende hanno fornito i dati richiesti, guardiamo ad esempio la valutazione di Adidas:
Profilo del marchio Adidas su FashionChecker

Questa scheda afferma che il marchio non rivendica e non è stata trovata alcuna prova pubblica che i suoi fornitori paghino un salario dignitoso. Il che significa che il marchio non può dimostrare che i lavoratori che realizzano i loro prodotti guadagnino abbastanza per vivere.

  • Impegno pubblico: parziale
  • Piano d’azione: no
  • Costi di manodopera separati: Si, altri
  • Trasparenza catena di approvvigionamento: 5 stelle su 5

Vediamo un lunghissimo elenco di fornitori, cioè di aziende che collaborano per realizzare i prodotti di Adidas. Sarebbero centinaia infatti abbiamo tagliato la foto, ma potete cliccare qui per vederle tutte. Purtroppo mancano diversi dati che non sono stati forniti dal produttore, e se vi mettete a giocare con questo sistema vedrete che gran parte dei marchi non ha fornito dati specifici sui fornitori.

Che non abbiano questi dati?! magari dovrebbero essendo dei loro fornitori. Fashion Checker sembra comunque un ottimo sistema per valutare i brand, almeno dal punto di vista dell’impegno sociale. Semplice ed efficace, risulta utilizzabile da chiunque.

COVID-19 e #PayUp

Quello che sta accadendo e che stiamo ignorando è molto semplice: i marchi hanno bloccato gran parte degli ordini effettuati ai loro fornitori. Ordini già completati non sono stati pagati, altri ordini restano in sospeso con la promessa di essere pagati, e altri ancora sono stati annullati.

Ricordiamo che la maggior parte di questi fornitori si trova in paesi in forte difficoltà economica, che la maggior parte degli operai non ha altri sostegni economici al di fuori del misero stipendio che gli concedono. Cosa accade nel momento in cui un’azienda fornitrice non prende soldi dal committente? semplicemente non paga i dipendenti.

Questo è esattamente quel che sta accadendo in questi mesi, ecco perché è nata la campagna PayUp.

Consumatori con cartelli di protesta #payup fashion
In molti hanno perso il lavoro a causa di questa pandemia, ma quando accade in Europa siamo parzialmente tutelati (disoccupazione, reddito di cittadinanza, cassa integrazione). Quando accade in paesi come India o Bangladesh muori di fame. Per evitare che questo accada la Clean Clothing Campaign ha lanciato un appello ai marchi #PayYourWorkers #PayUp:

  1. Pagare ciò che hanno ordinato;
  2. Garantire che i lavoratori ricevano lo stipendio;
  3. Evitare che questi restino senza soldi.

Jaba Garmindo e #PayUpUniqlo

Jaba Garmindo è una fabbrica indonesiana che ha chiuso nel 2015 senza alcun preavviso, lasciando oltre 2000 operai disoccupati e senza indennità di licenziamento. Il principale marchio che lavorava con questa fabbrica è UNIQLO, e da qui è stata lanciata la petizione della Clean Clothes Campaign #PayUpUniqlo
Dipendente fabbrica Uniqlo protesta contro i mancati pagamenti
“È chiaramente ingiusto che i lavoratori che hanno fatto i vestiti Uniqlo soffrano inutilmente, mentre il marchio Uniqlo continua a crescere e prosperare, generando miliardi di profitti. I soldi ci sono dovuti, li abbiamo guadagnato in anni di duro lavoro per realizzare vestiti Uniqlo, e rifiutarsi di pagarci equivale a un furto salariale” afferma Teddy Senadi Putra membro del sindacato della fabbrica Jaba Garmindo.

I furti salariali sono all’ordine del giorno, capita molto spesso che i grandi marchi ritirino ordini e commesse ai loro fornitori, spesso senza neanche un preavviso di tempo ragionevole.

#GoTrasparent

Invochiamo la trasparenza da decenni nel settore tessile come in altri. La petizione #GoTransparent lanciata dalla Clean Clothes Campaign ha come obiettivo quello di coinvolgere i consumatori, invitandoli ad interagire con i grandi marchi della moda per far si che questi offrano la massima trasparenza nella loro catena di approvvigionamento.

Copertina della campagna #GoTransparent di Clean Clothing Campaign
Possiamo leggere un’etichetta made in India, ma cosa vuol dire esattamente? ne abbiamo davvero un’idea? guardando l’immagine di Adidas nel paragrafo “Colmare il Divario” potete ben comprendere che parliamo di centinaia di aziende coinvolte nella fornitura.

E’ assurdo pensare che spesso i dipendenti delle aziende non sanno neanche per chi stanno producendo.

Pensiamo al crollo del Rana Plaza in Bangladesh, quando accadde molte aziende negarono di produrre in quella azienda, e gli addetti ai lavori dovettero letteralmente scavare tra le macerie per recuperare le “etichette” dei marchi.
Di certo non è una cosa normale, ecco perché la Clean Clothes Campaign ha lanciato la petizione GoTrasparent.

Repressione del Bangladesh

La revisione dei salari del 2018 aveva dato grandi speranze agli operai del Bangladesh, purtroppo però nei fatti è cambiato davvero poco. Spiccioli in più, rispetto alla richiesta di un salario equo. Da qui è nata una forte protesta di oltre 10.000 operai, e da questa una forte repressione da parte delle forze dell’ordine.

Operai dell'industria tessile protestano in Bangladesh
I dirigenti delle fabbriche, forti della loro posizione autoritaria, hanno licenziato migliaia di operai partecipanti alle proteste.

A questo link è possibile vedere i marchi coinvolti nel crackdown, cioè coloro a cui si rivolge la petizione della Clean Clothes Campaign, che li ha invitati a mediare con i loro fornitori (i dirigenti delle fabbriche) per far si che questi ritirassero i licenziamenti e pagassero le somme dovute ai dipendenti.

In fin dei conti gli stessi dipendenti hanno solo esercitato il loro diritto di sciopero, più che dovuto visto il trattamento che gli è stato riservato: nessun rappresentante dei lavoratori ha partecipato alle trattative per l’aumento dei salari minimi, che ricordiamo essere al di sotto di quel che viene considerato un “salario dignitoso”.

Salari dignitosi in Europa

“Se sei malato, potresti anche ucciderti. Non puoi permetterti di essere malato” afferma un dipendente dell’azienda KRATEKS, fornitore del marchio Hugo Boss.

Etichetta di indumento made in Romania
Spesso affermiamo che acquistare moda made in Europa sia una scelta più sostenibile rispetto all’andare oltre oceano. Questa campagna smentisce almeno in parte la nostra affermazione.

Un prodotto made in Europa è normalmente più ecologico rispetto ad uno fatto in Cina, India, o in altri paesi fuori dall’Europa. Questo perché in Europa vige la normativa REACH, che impone determinati standard sulle sostanze chimiche utilizzate.

Immaginiamo che anche le leggi degli stati Europei siano più ferree rispetto a quelle di un governo indiano quando si parla di diritti umani. Poi esistono le eccezioni, come dimostra la petizione di Clean Clothes Campaign, la quale, correttamente, distingue l’Europa dell’est da quella dell’ovest.

Serbia, Ucraina, Croazia e Bulgaria sono i paesi attualmente sotto i riflettori, ma anche Romania e Albania non sono da meno. In questi paesi la manodopera a basso costo è una problema evidente che va affrontato con forza. La petizione riguarda soprattutto la Germania e le sue regole nella catena di fornitura, essendo il paese con il maggior import di moda dai paesi incriminati.

Cosa pensiamo della Clean Clothes Campaign

Pensiamo che ci piacerebbe essere come loro, ma siamo così piccoli e “ignoranti” che l’unica cosa che possiamo fare è sostenerli e ammirarli, nonché diffondere i loro messaggi nella nostra lingua e nei paesi dove possiamo arrivare.

Le azioni concrete, almeno per ora, le lasciamo a loro che hanno forza e competenza per portarle a termine. Noi ci occuperemo di diffusione delle informazioni, ma quando arriverà il momento siamo certi che potremmo agire e dare un supporto più concreto a quella che definiamo moda etica.

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Siamo un'associazione no-profit impegnata dal 2016 nella promozione di una moda più etica e sostenibile.

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