Zara, l'impero da 20 miliardi basato sulla Fast Fashion

Zara palazzo bocconi

Indice dei contenuti

Un piano di sostenibilità per Zara e altri 7 marchi di Inditex

Era il Luglio 2019 quando il marchio annunciò un ambizioso piano per la sostenibilità.

Zara, un marchio che genera oltre 20 miliardi di dollari di vendite annuali, ha aperto la strada e perfezionato l’arte della fast fashion. Più di 300 designer sfornano 12.000 nuovi modelli ogni anno, bastano infatti sei settimane per passare da uno schizzo su carta ad un prodotto sullo scaffale: abbigliamento, borse, scarpe, accessori di moda e tendenza.

Il marchio Zara è diventato famoso soprattutto per la rapidità con cui riesce a “copiare” le collezioni dei grandi stilisti, portandole dalla passerelle dell’alta moda ai loro negozi con prezzi accessibili per chiunque. Hanno ricevuto diverse denunce a riguardo, ma pur non entrando nel merito e non sapendo bene cosa sia accaduto nei tribunali, possiamo affermare che questa pratica è ancora in atto.

Mentre l’industria della moda sembra muoversi verso pratiche più sostenibili -almeno a parole- vale la pena chiedersi: la fast fashion potrà mai definirsi sostenibile? 

Il gruppo Inditex, la società proprietaria di Zara e altri 7 marchi, crede di sì. L’annuncio del nuovo e ambizioso piano di sostenibilità riguarda tutti e 8 i marchi del gruppo, e fa parte di un ampio progetto che mira a rendere il settore tessile meno inquinante.

Quali sono i marchi di Inditex?

  • Zara
  • Pull & Bear
  • Massimo Dutti
  • Bershka
  • Stradivarius
  • Oysho
  • Uterque
  • Tempe

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Gli obiettivi ecologici di Zara (e Inditex)

Il piano del gruppo Inditex consiste nel sostituire i tessuti attualmente utilizzati per creare indumenti. L’azienda si impegna a garantire che entro il 2025 tutto il cotone, il lino e il poliestere utilizzati saranno di origine biologica, sostenibili o riciclati.

Inditex si impegna inoltre a investire nello sviluppo di nuove tecnologie per il riciclo dei materiali, più economiche, efficienti ed ecologiche rispetto a quelle attuali:

  • Collabora con il MIT (Istituto di tecnologia del Massachusett) nella ricerca di nuovi modi per recuperare le fibre da vecchi indumenti (utilizzando esclusivamente energia pulita);
  • Nel 2016 raccolse indumenti usati in oltre 1.300 negozi e dopo due anni dichiarò di aver raccolto 34 mila tonnellate di indumenti usati.
  • Nel 2017, durante la consegna degli acquisti online, ritirò gli abiti usati degli utenti che ne avevano acquistati di nuovi (solo a Pechino e Shanghai). Dichiararono di aver raccolto più di 850 mila capi di abbigliamento in 1 anno.

Oltre ai materiali ed al riciclo degli indumenti usati, Inditex afferma che sta lavorando per ridurre l’inquinamento globale causato dalla loro stessa produzione:

  • Eliminerà la plastica monouso entro il 2023;
  • Utilizzerà l’80% di energia da fonti rinnovabili per negozi magazzini e uffici.

Obiettivi lodevoli, in particolare per un’azienda che dispone di oltre 7 mila negozi in 100 mercati del mondo con più di 170 mila persone coinvolte. Rendere ogni parte del business più sostenibile potrebbe portare a considerevoli riduzioni dell’inquinamento ambientale.

Ci teniamo anche a specificare che Zara ha partecipato alla campagna Detox My Fashion di GreenPeace e che stando ai report dell’organizzazione ha rispettato le promesse fatte (riduzione delle sostanze chimiche/tossiche utilizzate durante la produzione).

Zara ha aderito alla campagna Detox my Fashion di GreenPeace

La produzione “ecologica” non è sufficiente

I vestiti di tendenza, quelli delle passerelle per intenderci, hanno breve durata dentro i negozi. Vengono infatti posati sugli scaffali e nel giro di pochi mesi scontati oltre il 50% per fare spazio alle prossime tendenze. Questo è sicuramente il motivo principale per cui definiamo la moda come “una piaga per il pianeta”: ne consumiamo troppa.

Ai tempi in cui nacque il prêt-à-porter nessuno si sarebbe mai immaginato una così rapida evoluzione.

Vengono infatti prodotti circa 150 miliardi di vestiti ogni anno, ma noi siamo solo 7 miliardi di persone. Teniamo anche a mente che in paesi come l’Africa (1.2 miliardi di abitanti), Cina (1,3 miliardi), India (1,3 miliardi), Sud America (500 milioni) e altri come questi, il consumo di abiti è nettamente inferiore rispetto ad Europa (740 milioni di abitanti) e Stati Uniti (330 milioni).

In pratica 1/7 della popolazione (Europa + Stati Uniti) acquista e butta più abiti del resto del mondo. Qui abbiamo il brutto vizio di acquistare, parcheggiare nell’armadio, usare un indumento 5/6 volte, e poi magari buttarlo perché non ci piace più. Le statistiche dicono che in Italia il 20% del guardaroba non viene utilizzato, ma siamo certi che questa sia una percentuale ottimistica.

Le aziende che lavorano nella Fast Fashion non dovrebbero solo pensare all’uso di materiali ecologici (pur essendo il punto di partenza), ma anche al problema dell’eccessivo consumo. Forse potrebbero pensare di ridurre il numero design, “di oggetti”, oppure investire di più sulla moda circolare (far si che questi indumenti/accessori non finiscano nelle discariche).

L’eccessivo volume dei vestiti di Zara

L’enorme volume di vestiti che produce, ed il modello di vendita di abiti alla moda ad una frazione del prezzo degli autori originali, non sono pratiche lodevoli, ne sostenibili.

L’obiettivo primario di Zara è continuare a crescere e produrre sempre più indumenti, con un ritmo del 10% ogni anno. Una buona notizia per gli azionisti, una pessima notizia per il pianeta: non importa quanto sia ecologica la catena di distribuzione se continuano a produrre più indumenti di quanti ne occorrano realmente.

Secondo una recente intervista condotta da FastCompany i dirigenti di Zara affermano che “fare vestiti velocemente non significa incoraggiare i consumatori a trattarli come usa e getta. Dopotutto, molte persone hanno nell’armadio indumenti di Zara comprati anni fa”.

Un’affermazione vera, molto dipende dai consumatori. Zara è efficente, rapida, funzionale, ma l’intera catena di fornitura è progettata per sfornare gli ultimi look e sappiamo bene che la moda diventa rapidamente “fuori moda”.

Inditex ha progettato un sistema che rende possibili rapidi tempi di consegna: dispone di una rete di fabbriche in tutto il mondo (alcune di proprietà e altre no) e queste possono produrre nuovi look in qualsiasi momento, rendendo disponibili i capi da spedire nei negozi in poche settimane.

Questo approccio logistico è il punto di forza di Zara, ma di contro contribuisce al consumo eccessivo di vestiti. Invece potrebbe continuare a sfruttare questo suo punto di forza, puntando di più sulla produzione classica e meno sul “trend del momento” (un trend solitamente usa e getta) e le cose potrebbero cambiare davvero dal punto di vista ambientale. Ma cosa accadrebbe all’azienda? Sicuramente perderebbe gran parte del suo fatturato.

L’approccio più ecologico per Zara e le altre grandi aziende è quello di creare abiti classici e durevoli, i quali potrebbero essere utilizzati per anni prima di essere buttati via. Zara possiede una linea Basic, potrebbe lavorare su questa. Nel mondo perfetto (e utopico) potrebbe potenziare la sua già veloce catena di approvvigionamento così da realizzare abiti su richiesta e non dover sprecate fondamentali risorse primarie.

Senza questi approcci, pur apprezzando lo sforzo di Zara e di altre grandi catene di distribuzione, non possiamo avvicinare la fast fashion alla moda sostenibile.

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