Global Fashion Summit, Edizioni e Risultati

Copenhagen fashion summit 2020
Indice

Cos’è il Global Fashion Summit?

Il Global Fashion Summit (prima chiamato Copenhagen Fashion Summit) è un’importante formazione di relatori di alto livello, tra cui le principali dell’industria della moda, ricercatori, politici, designer, ambientalisti, giornalisti e altre entità.

Un’incontro sul palco che avviene ogni anno per definire un’agenda condivisa sulle questioni ambientali e sociali che l’industria della moda deve affrontare, anche sulla scia dell’Accordo di Parigi 2015 e relativa Agenda 2030.

L’agenda è chiamata Global Fashion Agenda, e ne parliamo in questo articolo.

Global Fashion Summit 2022

Svoltosi dal 7 all’8 giugno 2022 nella grande cornice della Royal Opera House di Copenaghen, il Global Fashion Summit 2022 ha coinvolto 900+ tra marchi, rivenditori, ONG, produttori, designer e innovatori.

Il Global Fashion Summit 2022 aveva come tema principale l’Alleanza per una nuova era, per accelerare la transizione verso nuovi modelli di business, chiaramente più sostenibili.

Il vertice 2022 ha introdotto anche il Forum dell’Innovazione, che ha consentito alle aziende di incontrare 24 fornitori specializzati in soluzioni e servizi legati alla sostenibilità, fornendo loro gli strumenti per trasformare le parole in azioni significative: durante i due giorni del Summit si sono svolti oltre 300 incontri tra aziende di moda e i fornitori.

Nel summit, molti marchi di moda e organizzazioni a tutela del tessile hanno scelto di annunciare le loro ultime azioni in ambito di sostenibilità, sia etica che ambientale.

Vediamo quindi le principali iniziative del Global Fashion Summit 2022:

Gli organizzatori del summit hanno pubblicato The GFA Monitor, un nuovo rapporto che mira a guidare i marchi della moda verso un’industria della moda “attiva”.

Gli stessi organizzatori hanno anche annunciato il lancio del Global Circular Fashion Forum (GCFF), un’iniziativa globale supportata da GIZ (un’azienda tedesca che fornisce servizi nel campo della cooperazione internazionale per lo sviluppo e per il lavoro educativo).

L’obiettivo del GCFF è quello di promuovere il riciclo di rifiuti tessili nei paesi produttori: il forum riunirà le parti interessate in varie regioni, condividerà le conoscenze e le migliori pratiche, nel tentativo di ottenere una trasformazione sostenibile.

Fashion Revolution ha annunciato la sua nuova campagna “Good Clothes, Fair Pay” che chiede una legislazione sul salario di sussistenza nell’intero settore dell’abbigliamento. La campagna della durata di un anno sarà la più grande campagna dell’UE sul salario di sussistenza mai creata fino ad oggi, e richiederà 1 milione di firme da parte dei cittadini dell’UE per essere approvata. Ulteriori informazioni

Apparel Impact Institute ha annunciato gli sponsor del Fashion Climate Fund da 250 milioni di dollari: Lululemon, H&M Group/Foundation e The Schmidt Family Foundation. Il fondo raccolto aiuterà a ridurre le emissioni e modernizzare la catena di approvvigionamento dell’industria della moda.

TrusTrace, una piattaforma per la trasparenza della catena di approvvigionamento e la tracciabilità dei prodotti del settore, in collaborazione con Fashion Revolution e Fashion for Good, ha annunciato The Traceability Playbook.

Una guida completa e open source che fornisce un’analisi approfondita delle dinamiche di mercato in evoluzione e della legislazione adottata che sposta la tracciabilità “dal buono all’imperativo” e che include consigli pratici su come sfruttare la tracciabilità per raggiungere i propri obiettivi.

Ralph Lauren ha annunciato alcuni dei suoi progetti più ambiziosi:

  • Design for Circularity: progettare prodotti secondo principi circolari incluso l’obiettivo di realizzare cinque prodotti C2C Certified® e alcuni prodotti con cotone riciclato al 100% entro il 2025.
  • Circular Consumer Experience: si impegna a prolungare la vita dei suoi prodotti sperimentando nuovi metodi: noleggio, riparazione e riciclo dei prodotti entro il 2025.
  • Promuovere l’economia circolare : investire in pratiche “rigenerative” come la Regenerative Cotton Fund degli Stati Uniti – e in tecnologie innovative come Natural Fiber Welding entro il 2025.

GANNI ha lanciato tre innovazioni tessili nell’ambito della sua iniziativa “Tessuti del futuro”, un ambizioso programma interno dedicato alla ricerca e sviluppo di materiali innovativi che contribuiranno alla transizione verso un’industria della moda più completa e a basso impatto ambientale.

Mulberry ha annunciato l’introduzione di un ID digitale per i suoi articoli di pelletteria entro il 2025. Un’iniziativa per rivoluzionare il modo in cui marchi di lusso e clienti si connettono.

Il Presidente del G20 Indonesiano, l’Unione Europea, il Ministero italiano per la Transizione Ecologica e la Camera di Commercio Indonesiana, organizzeranno un workshop per approfondire “i concetti di moda”, con l’obiettivo di contribuire a promuovere tendenze circolari lungo la catena del G20.

22 produttori tessili membri di Net Zero Pakistan sono stati convocati nel summit per discutere di come l’industria tessile Pakistana possa collaborare con i marchi di moda globali, per identificare e scalare gli interventi di sostenibilità nella catena di approvvigionamento.

Ora stanno lavorando insieme per promuovere la decarbonizzazione nella filiera globale dell’abbigliamento e della moda.

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Copenhagen Fashion Summit 2021

Il Copenhagen Fashion Summit 2021 si è svolto dal 7 all’8 ottobre (online, a causa del covid) ed ha riunito vari stakeholder della moda, marchi di moda, ONG e investitori con l’obiettivo di guidare un’azione urgente sulla sostenibilità nella moda.

Il tema di quest’anno è stato Prosperità vs. Crescita, un tema che sottolinea come la moda non possa più operare con l’attuale modello di crescita, poiché questo sta spingendo il pianeta, ma anche le persone, oltre il limite sopportabile.

L’azione del Summit di quest’anno è incentrata su oltre 20 argomenti di discussione, tra cui:

  • innovazione
  • cittadini
  • consumatori
  • valori
  • volumi
  • circolarità
  • equità
  • uguaglianza

La sessione digitale di due giorni ha visto la partecipazione di oltre 60 relatori, insieme a Sua Altezza Reale la Principessa Mary di Danimarca e Federica Marchionni, CEO di Global Fashion Agenda.

All’evento hanno partecipato diverse personalità tra cui Tommy Hilfiger, Ralph Lauren, Hermès, Patagonia, Nike, Ganni e tanti altri.

Sono 5 i punti chiave del Copenhagen Fashion Summit individuati da Vogue:

  1. Si deve ripensare all’attuale modello di crescita della moda (insostenibile)
  2. L’etichettatura e le certificazioni possono aiutare i consumatori durante gli acquisti
  3. La moda può e deve diventare uno strumento di “cambiamento”
  4. I lavoratori della moda hanno bisogno di essere tutelati
  5. La produzione “su richiesta” può ridurre gli sprechi

Copenhagen Fashion Summit 2020

Il 12 ed il 13 ottobre si è tenuto il Fashion Summit di Copenhagen in versione “digitale” a causa del COVID-19, e per l’occasione è stato rinominato CFS+. Un ibrido di contenuti digitali, sessioni dal vivo ed un forum online che collega l’industria della moda con i principali innovatori mondiali.

L’obiettivo è quello di mantenere viva l’agenda della sostenibilità con un approccio completamente nuovo, il quale “dovrebbe” dare vita alle storie che sostengono l’intersezione tra moda e sostenibilità insieme alle persone e alle prospettive future che guidano il nostro settore.

La moda sostenibile DEVE esserlo soprattutto per i lavoratori del settore tessile, ed i marchi della moda internazionali dovrebbero impegnarsi prima di tutto per garantire il salario minimo, poiché sostenibile non vuol dire solo produzione a basso impatto ambientale, ma anche rispetto dei diritti dei lavoratori.

H&M e altri marchi parlano di sostenibilità al CFS 2020

Mentre decine di migliaia di lavoratori dell’abbigliamento nella catena di fornitura di H&M -per lo più donne- aspettano lo stipendio dall’inizio della pandemia, l’amministratore delegato di H&M Helena Helmersson presume di illuminare i partecipanti del CSF+ sulla sostenibilità nella moda, e lo fa direttamente dalla sua casa estiva in Svezia.

Il CFS+ proclama di concentrarsi sulla “riprogettazione del valore” e sulla creazione di un modello di business più “resiliente”, mettendo insieme “leader del settore” e “voci diverse”, ma ignora le persone che hanno più bisogno di essere ascoltate: i lavoratori del settore tessile, che sopportano sulle loro spalle il peso economico della pandemia lottando per la sopravvivenza, permettendo ai marchi di continuare a trarre profitto e continuare a crescere.

Donna dell'industria dell'abbigliamento lavora con mascherina per COVID-19


Il programma del CFS+ è pieno di vuote ed egoistiche trappole sulla crescita economica, sulla prosperità e sul cambiamento radicale della moda. È presentato dal Global Fashion Agenda, che si proclama come leader per lo sviluppo sostenibile della moda, collaborando con marchi come Nike e Bestseller, due marchi che, oltre a H&M, hanno un numero significativo di casi di abuso dei diritti dei lavoratori.

L’industria tessile e la moda low cost sono state costruite e continuano a trarre sistematicamente profitto dalla schiavitù e dallo sfruttamento:

  • I salari dei dipendenti delle catene di fornitura non sono affatto sostenibili;
  • I grandi marchi internazionali si sono rifiutati di pagare i fornitori d’oltremare per più di 16 miliardi di dollari di merce (post COVID);
  • I lavoratori del settore tessile hanno un debito tra i 3,19 e i 5,79 miliardi di dollari (calcolati solo nei primi tre mesi della pandemia).

Clean Clothes Campaign #PayYourWorkers

La Clean Clothes Campaign invita H&M e tutti i principali marchi ad impegnarsi a ridistribuire valore nel settore della moda #PayYourWorkers. “Vogliamo che i marchi si assicurino non solo che i lavoratori della loro filiera siano pagati quanto dovuto, ma anche che venga istituito un fondo economico a garanzia che i lavoratori non rimangano più disoccupati senza la loro indennità di licenziamento legalmente dovuta.”

Donna lavoratrice in industria abbigliamento con cartello di protesta contro i marchi


Senza indennità di licenziamento ed una retribuzione equa, i lavoratori dell’abbigliamento non avranno mai la possibilità di crescita, a differenza di coloro che si trovano ai vertici nell’industria della moda.

H&M è uno dei tre obiettivi dell’ultima campagna della Clean Clothes Campaign chiamata Pay Your Workers, la quale chiede garanzia di salario per i lavoratori delle catene di fornitura dell’abbigliamento.

Prima della pandemia, il rivenditore svedese di fast fashion non è riuscito a mantenere l’impegno assunto nel 2013: garantire a 850.000 lavoratori della sua catena di fornitura un salario equo entro il 2018. Ora H&M è coinvolta in diversi casi di “furto salariale”, ma non ha intrapreso alcun tipo di azione per garantire che i suoi lavoratori ricevano lo stipendio – e chiaramente ha incolpato il COVID-19.

“H&M non solo non mantiene le promesse di pagare uno stipendio vero, ma non garantisce nemmeno il pagamento dei salari minimi previsti dalla legge”, ha detto Dominique Muller di Labour Behind the Label. Nella maggior parte dei paesi dove lavora H&M i salari minimi sono estremamente bassi, eppure oggi senza questo salario i lavoratori scendono immediatamente al di sotto della soglia di povertà, e molti cercano di sopravvivere con i prestiti.

“Se il CFS+ mira veramente alla sostenibilità come imperativo di business, come sostiene il loro sito web, il focus della discussione non dovrebbe essere solo su come creare un modello di business più resiliente, ma su come rendere i lavoratori più resilienti durante crisi come il COVID-19”

Il Global Fashion Summit dovrebbe dire “basta ai salari da poveri”

L’industria della moda ha beneficiato abbastanza a lungo del fatto di pagare salari “da poveri” ai lavoratori del settore tessile.

“Siamo nel 2020, e per loro è giunto il momento di assumersi la responsabilità dei propri lavoratori, che non solo stanno sopravvivendo a questa crisi senza alcuna forma di protezione sociale, ma si ritrovano anche senza stipendio” ha detto Kalpona Akter, presidente della Federazione dei lavoratori dell’abbigliamento e dell’industria del Bangladesh.

Protesta in strada dei lavoratori del tessile contro i marchi di moda


“Siamo rimasti scioccati nello scoprire come si sono comportati i marchi all’inizio della pandemia: annullando ordini di cui alcuni già pronti e rifiutando di pagarli. H&M si è impegnata a pagare tutti gli ordini, tuttavia, pagare ordini è tutt’altro che sufficiente. Riceviamo ancora segnalazioni di violazioni dei diritti da parte dei sindacati di tutto il mondo”

“I marchi, tra cui H&M, non mostrano assolutamente solidarietà verso i lavoratori che hanno fornito loro profitti nel corso degli anni. Anzi, è vero il contrario: non c’è alcuna esitazione a spingere gli effetti più gravi della crisi sui lavoratori che si trovano in fondo alla catena di fornitura, mentre persone come Helena Helmersson stringono amicizie ai vertici della moda”, ha detto Ineke Zeldenrust, coordinatrice internazionale della Clean Clothes Campaign.

H&M, Nike, Bestseller, e tutti gli altri partecipanti e associati del Global Fashion Summit e della Global Fashion Agenda devono concordare un piano per assicurare salari e indennità ai lavoratori del settore tessile che confezionano i loro prodotti. Molti marchi più piccoli, tra cui Nile, Kuyichi, Taiyo e Known Supply si sono già impegnati a garantire questi salari, e dovrebbero essere presi come esempio.

Sostegno diretto, fondi di emergenza, cooperazione con i datori di lavoro ed i governi, un fondo di garanzia per il pagamento delle indennità di licenziamento. Sono questi gli elementi su cui lavorare. I marchi hanno la responsabilità legale e morale di assicurarsi che i diritti umani siano rispettati in tutte le loro catene di fornitura.

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