Se una t-shirt costa poco oppure troppo, c’è un motivo
Una delle prime cose che affermano i consumatori è che la moda sostenibile “costa troppo”, i soldi sono pochi e si deve ripiegare sui prodotti economici.
Gran parte dei marchi sostenibili che stanno nascendo negli ultimi anni hanno livelli di produzione molto bassi, spesso artigianali, e questo incide molto sul costo. Utilizzare materiali ecologici ne aumenta ulteriormente il prezzo finale.
Sempre più marchi scelgono di non vendere ai negozi (B2B), così da mostrare un prezzo di listino più competitivo con la moda low cost a cui siamo abituati. Sono diversi i motivi che spingono le nuove startup della moda in questa direzione, primo tra tutti, ritengono che i negozi “non paghino più”. E’ chiaro che molti di questi non se la passano bene, soprattutto ultimamente.
I negozi retail devono avere un margine del 90/120%, ciò vuol dire che se un negozio compra una t-shirt a 10€, dovrebbe venderla a 19/22€.
Un marchio dovrebbe invece avere un margine di guadagno tra il 10/20% vendendo t-shirt al negozio. Quindi supponendo che il marchio abbia un margine di guadagno del 12%, la t-shirt gli è costata 8€. Vendendo direttamente ai consumatori (B2C) potrebbe avere un prezzo di listino tra 15€ e 18€.
Sembra un bel vantaggio per il consumatore finale, ma siamo sicuri che sia così?
Questo ragionamento è davvero ampio, potrebbe toccare temi politici, economici, sociali, ambientali, quindi apriremo una breve parentesi senza toccare materie che non ci competono:
- Vendere solo online aumenterebbe di gran lunga l’impatto ambientale, pensate che nel 2019 solo in Italia sono stati spediti 318 milioni di pacchi;
- Gli acquisti online hanno largamente contribuito alla chiusura di migliaia di negozi, sia nella moda che in altri settori;
- La chiusura dei negozi nei centri storici e nelle periferie logora le economie locali.
Caso studio di una t-shirt da 29€
Un questo caso studio della Clean Clothes Campaign vediamo come viene distribuito il costo di una t-shirt da 29€. Sapete bene che una t-shirt fa molti viaggi prima di entrare nel nostro armadio, partendo da un fiocco di cotone, di volta in volta viene lavorata, imballata, spedita, e poi esposta all’interno di un negozio.

Come si nota da questa infografica il maggior ricavo è attribuibile al retail, cioè al negozio che vende la t-shirt a 29€, ma non lasciamoci ingannare: vista così sembrerebbe che i negozi siano ladri, oppure ricchi, mentre sappiamo bene che la maggior parte di questi sta chiudendo le serrande.
E’ vero che i negozi hanno la maggior parte del ricarico, ma secondo la Confcommercio il 61,8% degli italiani acquista solo in saldo (2019), mentre secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano il 59% preferisce acquistare online, ed il 76% di questi lo fa almeno 1 volta al mese (2018). Difficilmente questi acquisti online vengono effettuati nei siti e-commerce dei negozi, molto più probabile che provengano dai BIG del web (amazon, wish, alibaba, aliexpress, ecc) e dalle grandi catene di distribuzione come Zara, H&M, Zalando, Asos, ecc.
Questi dati sono utili per comprendere che i negozi non sono affatto ricchi, pur avendo il margine di guadagno maggiore.
Chiusa questa breve parentesi evidenziamo il dato più importante, lo scopo per cui è stato fatto questo studio: dimostrare che i lavoratori del settore abbigliamento sono tutt’oggi perennemente sfruttati.
“Vogliamo che tutti coloro che lavorano nel settore dell’abbigliamento ricevano un salario con cui vivere. L’ONU riconosce un salario dignitoso come un diritto umano, ma la realtà attuale mostra che milioni di lavoratori tessili sono sistematicamente sfruttati come fonte di manodopera a basso costo. Fin dalla nascita dell’industria tessile, i lavoratori dell’abbigliamento di tutto il mondo sono stati costretti a vivere in povertà, a scapito non solo del proprio benessere, ma anche delle loro comunità ed economie” Campagna “Salari della Povertà” – Clean Clothes Campaign
Vediamo infatti come solo lo 0.6% del costo della t-shirt sia attribuito a coloro che l’hanno realizzata. Una cifra ridicola, che apre le porte ad un discorso molto più ampio e che affrontiamo spesso nei nostri articoli: acquistare prodotti di dubbia provenienza è un male per il sistema.
Invochiamo a gran voce la tracciabilità di un prodotto, poiché tutti sanno che è abbastanza semplice etichettare una t-shirt made in Italy, pur se questa ha subito solo un paio di passaggi nel paese. Rendere obbligatoria la mappatura di tracciabilità di una t-shirt, come di altri indumenti, potrebbe aiutare i consumatori nell’effettuare scelte più etiche, ma anche aiutare gli attivisti nel comprendere quali marchi continuano a sfruttare manodopera a basso costo.
Questo esempio di t-shirt a 29€, visto il costo della stessa, non può neanche considerarsi moda low cost. Quindi immaginate cosa accade quando acquistiamo una t-shirt a 9.90€: se la percentuale di guadagno dei lavoratori restasse invariata allo 0.6%, il guadagno degli stessi sarebbe di “ben” 0.06 centesimi di euro.
Non c’è solo questo “impatto sociale negativo”, ma anche l’impatto ambientale di una t-shirt a basso costo non è da sottovalutare. Per scoprire di più su questo argomento consigliamo di leggere il nostro articolo: ANALISI DEL CICLO DI VITA DI UNA T-SHIRT IN COTONE (LCA)
“The 2 euro t-shirt” l’esperimento sociale
Questo è uno dei motivi per cui oggi vorrei riportare alla ribalta un esperimento sociale di estremo interesse che è stato realizzato da Fashion Revolution in Germania: The 2 euro T-shirt.
Alexanderplatz a Berlino (un vero e proprio luogo iconico della bellissima città tedesca), oltre ad aver visto passare lo zar Alessandro agli inizi dell’ ‘800, è stata anche il teatro di un esperimento sociale che andrebbe analizzato e capito nei suoi dettagli.
Un distributore dalle forme accattivanti e attraenti era stato installato proprio nella meravigliosa piazza e, introducendo 2 euro, era possibile ricevere in cambio una t-shirt in cotone bianco candido. E chi non avrebbe approfittato dell’offerta sensazionale?
Ecco quindi che in molti si sono avvicinati alla macchinetta distributrice e hanno introdotto la moneta “pesante” che Bruxelles ci ha fornito.
Ma a questo punto? Già, a questo punto, chi si trovava di fronte alla macchina e pensava che in pochi secondi avrebbe avuto tra le mani la sua t-shirt, si è trovato di fronte ad un video in cui si spiegava che quel pezzo di stoffa era stato realizzato da una persona che aveva lavorato per sedici ore al giorno, con un salario di 13 centesimi all’ora, in condizioni sociali e sanitarie allucinanti.
La fatidica domanda era: ”Vuoi ancora comprare la t-shirt o preferisci donare i tuoi due euro alla nostra associazione?”
Bene, il risultato è stato facilmente intuibile: 9 persone su 10 dieci hanno deciso per la donazione.
A quel punto, dopo aver fatto la scelta (giusta, aggiungo io), appariva una scritta che diceva: ”Quando le persone sono informate, ci tengono”.
Il fulcro della leva è proprio questo dunque: far sapere alla più grande quantità di persone possibile quale mondo si nasconde dietro ad un prezzo, ed è quello che facciamo dal 2016 con Vesti la natura.
L’obiettivo deve essere liberare la capacità dei consumatori ad effettuare scelte adeguate e realmente consapevoli.
Tutto questo è educazione e informazione. L’educazione alla vita sostenibile e ai comportamenti etici dovrebbe essere inserita nei programmi didattici sin dalle prime classi elementari.
La stampa e i social media devono svolgere un ruolo propulsivo e sempre attivo nella divulgazione e nella formazione / istruzione. Una comunicazione efficace e continuativa.
Dobbiamo conoscere la cruda realtà per poter saper selezionare, per poter capire.
Finchè penseremo che la sostenibilità è una bella favola, finchè ci specchieremo nei nostri prodotti eco-sostenibili, finchè il nostro livello di istruzione sostenibile e di conoscenza della realtà rimarrà quello attuale, la sostenibilità rimarrà scritta sui cartelloni pubblicitari dei marchi d’abbigliamento e rischierà di rimanere un inganno.
Smettiamola di comprare t-shirt a basso costo
Pur essendo quello dell’etica un problema comune, sia nelle grandi catene di distribuzione della fast fashion che nella moda di lusso, acquistando prodotti che costano “troppo poco” non facciamo altro che incentivare i marchi nel continuare a percorrere questa strada.
Smettere di acquistare t-shirt a basso costo, come altri prodotti simili, è come inviare un messaggio di ultimatum. Siamo noi consumatori a muovere il mercato, ma spesso sottovalutiamo questa forza. Se le aziende si accorgono di cambiamenti nella domanda, saranno vigili e pronte a cambiare direzione.
Se davvero non possiamo fare a meno di acquistare t-shirt a basso costo, proviamo a fare un piccolo sforzo, magari usando il Fashion Checker, uno strumento che ci consente di valutare il marchio che ha realizzato quella t-shirt. Sarebbe il primo passo, un passo importante.
Se invece pensi di poter acquistare t-shirt etiche e sostenibili, magari acquistandone di meno durante l’anno, scarica la nostra app ecoFASHION e trova la moda sostenibile online o nella tua città.


