Come Misurare la Sostenibilità di un Prodotto

Parole come “ecosostenibile e green” vengono spesso utilizzate in campagne di Marketing delle grandi aziende, in tutti i settori economici o commerciali. Nella maggior parte dei casi si tratta di puro GreenWashing, è come dare una “pennellata di verde” ad aziende che in realtà sono tutt’altro che sostenibili.

Questo avviene soprattutto per la crescente consapevolezza da parte dei consumatori: il pianeta è in serio pericolo, e servono azioni concrete per salvarlo. Una di queste azioni è sicuramente quella di acquistare prodotti ecologici, ecco perché le aziende corrono ai ripari, pubblicizzando le loro attività come “sostenibili”, pur continuando a lavorare con metodi di produzione “standard”.

Essendo considerata la seconda industria più inquinante al mondo, l’industria della moda è sotto i riflettori degli ambientalisti, e di conseguenza l’innovazione tessile spinge verso un futuro della moda più etico e sostenibile.

Sebbene valutare la sostenibilità di un prodotto sia un approccio multifunzionale complesso e interconnesso con aspetti sociali, culturali, politici, tecnologici, e ambientali, nella maggior parte dei casi l’opinione pubblica si concentra solo sulle materie prime utilizzate. Ad esempio, nel settore tessile, parliamo spesso di tessuti ecologici.

Dobbiamo però essere ancora più attenti, poiché è vero che usare materie prime a basso impatto ambientale resta un aspetto fondamentale, ma valutare il modello di produzione lo è altrettanto. Quindi, prima di parlare di t-shirt ecologiche, dobbiamo prestare attenzione a diversi fattori.

Lo scopo di questo articolo è quello di mostrare l’indice di sostenibilità di una t-shirt in cotone “standard”, utilizzando appunto lo strumento Life Cycle Assessment (LCA).

Parleremo di una comune t-shirt, ma la stessa analisi potrebbe essere applicata a qualsiasi altro indumento. Tenete bene a mente che questa è un’analisi ipotetica, poiché le variabili sono infinite, ed ogni singola t-shirt, in base al marchio e alla provenienza, potrebbe dare risultati differenti.

L’analisi Life Cycle Assessment (LCA) di una T-shirt in cotone si basa sugli indicatori più significativi: acqua, energia, terra e lavoro. Illustriamo gli impatti negativi sull’ecosistema e sulla salute umana, dall’inizio alla fine della sua vita. L’indagine è davvero utile per comprendere le possibili fonti di emissioni e scarichi, i potenziali impatti necessari per la progettazione di una “t-shirt sostenibile”, o di un qualsiasi altro prodotto tessile.

Cos’è il Life Cycle Assessment (LCA)?

Life Cycle Assessment acronimo di LCA (in Italiano Analisi Ciclo di Vita) è una struttura analitica utilizzata per valutare i carichi ambientali di un prodotto, dalla nascita alla morte dello stesso. Inoltre, agisce come forma di valutazione per monitorare l’utilizzo di risorse primarie come energia, acqua, terra e lavoro.

L’impronta ecologica dimostra l’impatto di un prodotto, o di un oggetto, sull’ambiente naturale e sull’ecosistema, nonché gli impatti socio-economici e sulla salute umana, tutti elementi che possono essere chiariti dall’analisi Life Cycle Assessment (LCA).

Lo strumento di valutazione LCA viene utilizzato per valutare gli effetti ambientali complessivi, i processi coinvolti durante la produzione, l’imballaggio, il trasporto, il riciclaggio o lo smaltimento finale, ma anche l’aspetto sociale, in pratica valuta e assegna un punteggio finale all’intero ciclo di vita di un prodotto.

Ciclo e riciclo dei prodotti

LCA valuta anche la discriminazione di genere, il lavoro minorile, i bassi salari, e l’intera catena di approvvigionamento. Ad esempio, la produzione di cotone asiatico non è neutrale rispetto al genere, ne tanto meno equa. Qui parliamo spesso di moda etica e di sfruttamento sociale legato soprattutto alla Fast Fashion, quindi questo argomento ci tocca molto da vicino.

Tutte le attività economiche sono strettamente legate all’esaurimento delle risorse ambientali e alla distruzione dell’ecosistema. LCA analizza gli input-output, il flusso di materiali, e le emissioni nel sistema ambientale.

Soprattutto, “dovrebbe” funzionare come strumento per fornire suggerimenti al produttore, ai consumatori, al governo e ai ricercatori, poiché può essere usata per sviluppare un modello di produzione sostenibile, rispettoso dell’ambiente, ridurre, riutilizzare, recuperare, e comprendere nuove tecniche di riciclaggio e smaltimento.

Purtroppo, come vedremo in questo articolo, l’analisi del ciclo di vita di un prodotto è ancora uno strumento poco utilizzato. Leggi di più sul Life Cycle Assessment – Wikipedia

Prima di tutto partiamo dall’analisi di inventario, Life Cycle Inventory (LCI), con una semplice immagine che racchiude in se tutti i principali elementi che andremo ad analizzare.

Life Cycle Inventory di una T-shirt in Cotone





Analisi LCA di una T-Shirt in Cotone

Partiamo dal presupposto che il settore tessile occupa circa il 7% del commercio internazionale fornendo posti di lavoro a più di 26 milioni di persone, di cui la maggior parte donne dei paesi asiatici in via di sviluppo. Le materie prime più utilizzate dal settore sono poliestere e cotone, e parliamo di circa 3.2 milioni di tonnellate di materie prime utilizzate ogni anno.

Lo scopo di questo articolo è quello valutare l’impatto ambientale di una t-shirt in cotone, valutando gli effetti socio-economici, ambientali e sulla salute umana, il tutto attraverso un quadro analitico più competente: l’analisi del ciclo di vita, Life Cycle Assessment (LCA).

Gli indumenti sono chiaramente una parte fondamentale nella nostra vita quotidiana, ma cosa nascondono dietro le quinte? Siamo davvero consapevoli degli impatti sociale/ambientale dei nostri acquisti?

Attenzione: abbiamo scelto di valutare una fibra naturale come il cotone proprio perché spesso viene considerata “ecologica”, ma l’appellativo di “naturale” non equivale sempre a “ecologico”, come dimostreremo in questo articolo.

Analisi della Coltivazione di Cotone

Analisi LCA Coltivazione del Cotone

Partendo dalla “produzione di cotone” come materia prima utilizzata per produrre una t-shirt, possiamo osservare diversi impatti socio-economici e ambientali durante le pratiche agricole. Lo studio di Worsham, J.B., “A Life Cycle Assessment (LCA) for Cotton : The Significance to the Global Cotton Industry,” dimostra che l’applicazione di sostanze chimiche durante la coltivazione di cotone impatta per il 33%, la sgranatura del cotone per il 25%, l’irrigazione del 19% e l’uso di carburanti fossili per il 17%.

La produzione di cotone ha bisogno di acqua, terra, energia, nutrienti, sostanze tossiche come fertilizzanti, pesticidi, erbicidi. Di conseguenza, molti sollevano domande sulla sua sostenibilità, mettendola in discussione a causa dell’alta probabilità di un utilizzo spropositato di queste risorse/sostanze, con i conseguenti impatti ambientali negativi che oggi definiamo catastrofici.

La coltivazione di cotone copre solo il 2,4% dell’agricoltura globale, ma usa 11% dei pesticidi prodotti ogni anno nel mondo

La disponibilità di nutrienti del suolo svolge un ruolo importante nella coltivazione del cotone influenzando i parametri ambientali. Quando i nutrienti sono insufficienti per far crescere le piante -soprattutto a causa delle coltivazioni intensive- “costringono” l’uomo a fare largo uso di fertilizzanti.

Il fertilizzante azotato emette gas serra N2O nell’atmosfera e la sua applicazione ha un grande impatto sul riscaldamento globale, la riduzione dell’ozono, la pioggia acida, l’eutrofizzazione, l’acidificazione, la zona anossica e il bioaccumulo. Per non parlare della contaminazione delle falde acquifere: forma nitrati, assorbiti dall’uomo soprattutto quando beve “acqua potabile”.

Pesticidi ed erbicidi applicati durante la coltivazione del cotone hanno effetti devastanti per l’ambiente, sull’ecosistema e sulla salute umana. La contaminazione del suolo da pesticidi altera le attività microbiche, uccide gli insetti benefici; mentre la contaminazione dell’acqua porta alla distruzione degli ecosistemi acquatici e alla bioaccumulazione nella catena alimentare.

L’acqua, come indicatore di sostenibilità, è ampiamente necessaria per valutare la produzione di cotone. Circa il 3% dell’impronta idrica globale riguarda la sola produzione di cotone, la quale ha bisogno di molta irrigazione, soprattutto nelle regioni secche. Di conseguenza, la costruzione di canali di irrigazione, dighe, fonti d’acqua, deve essere presa in considerazione per l’analisi Life Cycle Assessment (LCA), in modo da monitorare l’impatto sulla biodiversità terrestre e acquatica, nonché sui loro ecosistemi.

L’eccessiva irrigazione altera le caratteristiche idromorfologiche del suolo, causando frane e danneggiando le risorse naturali, mentre la contaminazione e il trasporto di inquinanti attraverso le falde acquifere compromettono prima la salute di fauna e flora, e successivamente la salute umana.

L’irrigazione è certamente la principale fonte di spreco di acqua su scala globale, ma l’acqua e il fabbisogno energetico nella fase di coltivazione del cotone sono di poco inferiori rispetto alle successive fasi di vita di una “T-Shirt”. Questo vuol dire che sprechiamo più acqua nella fase di produzione industriale.

La valutazione del suolo per la produzione di cotone mostra i potenziali impatti sulla biodiversità, impatti che si ripercuotono su flora e fauna ed il loro fragile ecosistema. In questa prospettiva, la consistenza del suolo, il contenuto di umidità, la sua composizione organica e inorganica, il pH, la salinità, i nutrienti e gli organismi devono essere presi in considerazione come indicatori Life Cycle Assessment (LCA).

Anche lo strato superficiale del suolo viene preso in considerazione per valutarne lo stato di trasformazione. Gli impatti negativi derivanti dall’eccessivo sfruttamento del suolo si riflettono durante il processo di sgranatura, cardatura e pettinatura del cotone. L’uso del power-tiller per l’aratura e di strumenti meccanici per la semina e la raccolta, non fanno altro che aumentare la costante erosione del suolo.

E’ giusto sapere che l’analisi LCA comparativa tra pratiche agricole convenzionali, biologiche e geneticamente modificate (OGM), ha scientificamente provato che l’agricoltura biologica richiede meno fertilizzanti e pesticidi e di conseguenza meno carichi ambientali, ma necessita di più terra arabile.

E’ altrettanto interessante sapere che, anche l’agricoltura Geneticamente Modificata (OGM) contribuisce a ridurre le emissioni: necessita di meno sostanze chimiche e di meno acqua per crescere (rispetto all’agricoltura standard).

Ciò non toglie che nella coltivazione standard, un uso più efficiente delle sostanze chimiche e un trattamento adeguato delle acque reflue, potrebbero notevolmente ridurre gli effetti negativi sull’ambiente.

Analisi del Consumo Energetico

L’energia è necessaria per far funzionare il trattore, le pompe d’acqua durante l’aratura e l’irrigazione, i macchinari industriali, ma anche i trasporti: navi, aerei, camion, treni utilizzati per spostare materie prime oppure per la distribuzione dei prodotti finiti.

Generalmente, il trattore o il motocoltivatore sono alimentati da combustibili fossili come gasolio e benzina, i quali hanno impatti negativi sull’ecosistema, essendo ormai considerati una minaccia concreta per l’ambiente e la salute umana.

La combustione dei combustibili fossili emette CO2, la quale contribuisce al riscaldamento globale, emette gas come SO2, NOx, ecc, i quali sono la principale causa delle piogge acide. Colpiscono anche gli organismi che vivono nel suolo, come batteri, funghi, alghe, e inquina anche le falde acquifere.

Ovviamente, se l’energia utilizzata viene prodotta da fonti rinnovabili come quella solare, eolica, geotermica, a onda, idroelettrica o da biomassa, viene considerata energia pulita in fase di analisi Life Cycle Assessment (LCA), ottenendo così un punteggio superiore.

Sfruttare le fonti di energia rinnovabile come alternativa ai combustibili fossili, dall’inizio alla fine del ciclo di vita di un prodotto, potrebbe ridurre notevolmente le emissioni. Poniamo l’esempio di un sistema per il pompaggio di acqua ad energia solare, famoso in campo energetico ed ambientale grazie alla sua economicità per l’irrigazione.

Secondo il rapporto HWWI, l’India potrebbe risparmiare Gasolio per circa 225 miliardi di litri/anno passando ai sistemi “Solar Photovoltaic (SPV)” nel settore dell’irrigazione. Anche le fasi di lavorazione industriale hanno grandi potenzialità per ridurre il loro impatto ambientale semplicemente usando l’energia rinnovabile.

Si stima che l’energia rinnovabile contribuirà al 50% del consumo industriale entro il 2050 e, potenzialmente, le industrie potrebbero ridurre del 30% le emissioni dei Gas Effetto Serra. Fonte Nuove Prospettive Energetiche 2019 – BloombergNEF

Analisi della Produzione Industriale

Analisi LCA produzione industriale di una T-shirt in Cotone

Durante le fasi di lavorazione e produzione di una t-shirt in cotone l’impronta ambientale è molto intensa. Acqua ed energia sono necessarie per trattare una materia prima come il cotone, ma anche per la tintura, ed il lavaggio.

Queste “impronte ambientali” sono ottenute analizzando tutti i processi industriali. Si parte dall’apertura delle balle di cotone, che ha bisogno di energia e acqua per il funzionamento meccanico, aprendo la polpa, pulendola, mescolando, cardando, pettinando e filando il cotone in filato.

La successiva ‘tintura del filo’ viene effettuata utilizzando altra energia. Sbiancamento, coloranti e prodotti chimici, tintoria, estrazione e asciugatura. Energia e prodotti chimici necessari anche per irradiare, asciugare, tagliare, tessere, deformare e trasformare il filato di cotone in tessuto.

L’industria tessile è in seconda posizione anche nel consumo di acqua su scala globale

La fibra tessile ha bisogno di 20 m3 di acqua durante la lavorazione e di 243 m3 per il raffreddamento, un consumo stimato in 9,548 miliardi di tonnellate di acqua solo nel 2010.

Contemporaneamente, il settore tessile consuma ogni anno 68,67 milioni di tonnellate di energia. L’energia è richiesta per quasi tutte le operazioni meccaniche, la filatura, la lavorazione a maglia, il lavaggio, la tintura, l’essiccazione e la finitura. Quasi il 50% dell’elettricità è consumata durante il processo di filatura.

I coloranti usati e le sostanze chimiche come Sodio solfato (Na2SO4), Soda ash (Na2CO3), Caustic soda (NaOH), Reactive Black 5, NaCl sono composti altamente inquinanti per l’ambiente circostante, specialmente per il suolo e le falde acquifere. Dovete sapere che queste sostanze chimiche contaminano anche l’acqua potabile.

Metalli e coloranti non trattati influenzano notevolmente la domanda biologica di ossigeno (BOD), l’ossigeno disciolto (DO), la domanda chimica di ossigeno (COD), la temperatura e i composti organici volatili (VOC). Tutto questo inibisce gravemente le attività metaboliche nell’ambiente acquatico.

Pensiamo all’acqua reflua di tintura, contaminata e poi scaricata in mari o fiumi -con temperature intorno ai 1300° Celsius-, uccidendo istantaneamente qualsiasi organismo acquatico. Questi inquinati contaminano anche il suolo, e la contaminazione del suolo porta a effetti negativi su altri organismi terrestri.

L’economia circolare al contrario. Gli esseri umani sono particolarmente vulnerabili all’inquinamento delle acque. Come i pesci, anche noi sopportiamo gli ioni metallici tossici attraverso il bioaccumulo e le biomagnificazioni.

Accumuliamo sostanze tossiche nel nostro corpo mentre beviamo acqua potabile o mangiando del pesce contaminato. I primi sintomi sono già evidenti in alcune parti del mondo dove la produzione agricola/industriale è maggiormente sviluppata e meno controllata. Parliamo soprattutto di India, Bangladesh e Cina.

Problemi cognitivi, scarso giudizio, mancanza di concentrazione e memoria, ansia, preoccupazione, irritabilità, solitudine, depressione, ecc. Ma anche problemi fisici più evidenti come dolori al petto, nausea, vertigini, diarrea, deterioramento del sistema nervoso, aggressività, o semplici allergie. Inoltre, gli effetti più acuti si evidenzino su reni, sistema nervoso, cardiovascolare, riproduttivo, endocrino e soppressivo, causano cancro e tumori, o addirittura alterano il DNA umano.

Questi processi industriali impattano in maniera negativa non solo sul Life Cycle Assessment (LCA), ma anche sull’atmosfera, influenzando direttamente e indirettamente tutte le sfere: biosfera, litosfera e atmosfera terrestre. Utilizzando gli indicatori di impatto ambientale Life Cycle Assessment (LCA) sui gas e gli scarichi dell’industria tessile si evidenzia come questa stia letteralmente “divorando” l’ambiente.

Notiamo che l’applicazione di candeggina e di altri enzimi utilizzati nella produzione di t-shirt in cotone, dalla bio-lucidatura al processo di risciacquo enzimatico (ERP) producono organoclorurati, inquinanti persistenti e gas diossina, che hanno effetti negativi su acqua e suolo, causando anche problemi cancerogeni e respiratori nell’essere umano.

L’imballaggio è una delle principali fonti di inquinamento ambientale, utilizzato soprattutto per stoccaggio e trasporto, genera una massiccia quantità di rifiuti non sempre riciclabili. La valutazione di Life Cycle Assessment (LCA), dimostra come un terzo (1/3) dell’impatto ambientale negativo causato da una t-shirt in cotone sia dovuto da produzione e trasporto.

Le materie prime utilizzate nel sistema di imballaggio fanno la differenza nella Life Cycle Assessment (LCA), influenzando la sostenibilità del prodotto semplicemente aumentando il riutilizzo, il riciclaggio o riducendo i rifiuti generati.

Anche il tipo di carburante utilizzato dai veicoli per il trasporto della t-shirt sono un indicatore considerevole per valutarne la sostenibilità. Life Cycle Assessment (LCA) valuta anche l’inquinamento acustico causato dai mezzi di trasporto, poiché questo influisce sulla salute umana.

I mezzi di trasporto vengono lavati, e l’acqua reflua utilizzata per il lavaggio viene contaminata da petrolio e detergente, causando ulteriore inquinamento delle acque. Ci avete mai pensato? Torniamo al discorso dei combustibili fossili. La combustione dei carburanti e persino l’aria condizionata delle automobili emettono gas serra e CO2, e durante la combustione vengono rilasciate ulteriori sostanze tossiche come NOx, idrocarburi, particelle e metalli.

Tutte le fasi di lavorazione e produzione consumano molta acqua ed energia, il che porta ad emettere diversi tipi di gas (CO2, SO2, CFC), e allo scarico di acque reflue ricche di sostanze tossiche. Entrambe hanno un potenziale impatto sull’acidificazione, eutrofizzazione, ecotossicità, scarsità di risorse, impatti sull’ambiente e sulla salute umana.

La maggior parte della letteratura suggerisce che, migliorare alcuni processi industriali, potrebbe contribuire in modo significativo a ridurre tali impatti negativi sul pianeta. Ad esempio, la cucitura ha un impatto negativo nettamente più basso rispetto allo sbiancamento o alla tintura. Quindi le aziende dovrebbero concentrarsi nel migliorare le fasi industriali considerate più “pericolose”.

La tintura è sicuramente la principale causa dell’inquinamento ambientale. Genera enormi quantità di acque reflue altamente contaminate e spesso non trattate dalle industrie. Per giustificare le aziende, qualcuno afferma che la depurazione di tali acque abbia un costo molto elevato, difatti si stima che solo il 7% delle acque sia stato trattato nel 2010.

Certamente, gran parte della colpa è di noi consumatori, poiché pensiamo che una t-shirt da 30€ sia troppo costosa e preferiamo acquistare quella da 10€, non curanti ne del fattore sociale ne tanto meno della LCA. Il programma Detox My Fashion lanciato da GreenPeace basa le sue fondamenta proprio su questo aspetto, dettando regole ambientali che aiutano le aziende ad inquinare meno, senza dover investire ingenti capitali per rinnovare il loro modello di produzione.

Analisi di Trasporto e Utilizzo

Il processo di distribuzione delle T-Shirt solleva ancor di più la questione: possiamo considerare green una t-shirt in cotone naturale?

Le fonti di energia che alimentano negozi o centri commerciali rappresentano anch’esse un’impronta ecologica negativa. Per quanto riguarda il trasporto, ne abbiamo già parlato nel paragrafo “Consumo energetico” e quindi non ribadiremo nuovamente il concetto, pur tenendo presente che il trasporto contribuisce enormemente all’inquinamento ambientale causato dall’industria tessile.

Aerei, navi, treni, camion, e corrieri spostano le t-shirt da una parte all’altra del globo. Pensate a quanti acquisti online vengono effettuati ogni giorno, e immaginate come una singola t-shirt viaggi per migliaia di KM prima di arrivare nei nostri armadi. Ecco perché riteniamo gli acquisti a KM0 una scelta sostenibile.

Analisi LCA utilizzo di una T-shirt in Cotone

Durante la fase “consumer” valutiamo anche l’impronta ambientale di acqua ed energia. La t-shirt acquistata ha bisogno di acqua per essere lavata, nonché di energia elettrica per il lavaggio in lavatrice, e in alcuni casi anche per l’asciugatrice ed il ferro da stiro. Quante volte laviamo una t-shirt nell’arco della sua vita? Stando ad alcune fonti, questa subisce circa 60 lavaggi prima di essere buttata.

LCA valuta anche l’uso di detersivi e ammorbidenti, i quali riversati in mari e fiumi contribuiscono in modo attivo all’inquinamento delle acque. Anche le microfibre rilasciate durante i numerosi lavaggi, pur essendo di origine naturale e quindi biodegradabili -a differenza delle microplastiche rilasciate dalle fibre sintetiche-, hanno comunque un impatto sull’ambiente.

L’analisi LCA valuta ogni singolo aspetto della sostenibilità di un prodotto, piccolo o grande che sia.

Analisi Fine Vita e Riciclo

Analisi LCA Fine Vita di una T-shirt in Cotone

A livello globale parliamo di milioni di tonnellate di rifiuti tessili generati ogni anno e solo una piccola percentuale di questi prodotti tessili viene riciclata. Le fonti principali da cui provengono questi rifiuti sono: lavorazione e produzione di tessili per la casa e abbigliamento.

L’industria tessile in Europa genera rifiuti stimati in 16 milioni di tonnellate all’anno. Gran parte di questi rifiuti vengono gettati in discarica o inceneriti, con un elevato impatto ambientale e un danno economico elevato (spreco di risorse).

Pensiamo a quello che accade in discarica, quando i nostri indumenti non vengono correttamente riciclati ma piuttosto gettati nella indifferenziata. Il metano (CH4) e il CO2 sono i principali gas serra emessi dalla decomposizione di materiali tessili nelle discariche.

I coloranti e le sostanze chimiche utilizzate durante la produzione di una t-shirt contaminano il terreno, dalla superficie, alle acque sotterranee, mediante lisciviazione.

L’incenerimento, uno dei processi di trattamento dei rifiuti più dannoso per l’ambiente, emette anche furano, gas diossina, SO2, HCl e polveri fini. Le ceneri volanti residue sono contaminate con diversi tipi di metalli pesanti come mercurio (Hg), piombo (Pb), cadmio (Cd). Gas e metalli hanno un enorme potenziale tossicologico per l’ecosistema e di conseguenza per l’essere umano. Inoltre, il processo di incenerimento ha bisogno di ulteriore energia per bruciare rifiuti ad alta temperatura.

Economia circolare, riciclare risorse dovrebbe essere un obbligo in ogni settore commerciale

Anche il riciclo dei tessuti, pur essendo una buona pratica di economia circolare, comporta l’utilizzo di risorse idriche ed energetiche, e la valutazione LCA tiene conto anche di questo impatto.

Le tre R parlano di Riciclo, Riuso, Riduco. Tre elementi fondamentali per parlare di sostenibilità e prodotti ecologici. La raccolta differenziata è il primo step, ma quanta materia prima si può riciclare da una t-shirt?

Esiste l’ Indice di Riciclabilità Potenziale (RPI), il quale viene utilizzato per quantificare i benefici economici e ambientali derivati dal riciclo di un prodotto tessile. Un valore più alto di RPI, indica maggiori guadagni derivati dal processo di riciclaggio.

Il riciclo di risorse dona enormi benefici al genere umano e all’ambiente. Aiuta a preservare le risorse (acqua, energia, materie prime), e minimizza gli impatti (ecologico, impronta di carbonio, effetti sulla salute).

I rifiuti generati dal cotone hanno enormi potenzialità multiuso. Viene utilizzato soprattutto dalle industrie della cellulosa e della carta, ma anche dallo stesso settore tessile, grazie allo sviluppo di fibre artificiali derivate appunto da scarti del cotone, come ad esempio alcune forme di viscosa.

Quando triturato, il cotone riciclato viene utilizzato per materassi, cuscini, trapunte, o filati grezzi per l’industria tessile. Grazie alla moderna tecnologia è anche possibile creare nuove t-shirt in 100% cotone riciclato.

Un grande valore energetico nasce mescolando gli scarti del cotone con sterco di mucca o maiale, generando biogas. Oppure bruciati per produrre energia termica. E’ addirittura un ingrediente ricco di proteine ​​(7%), viene miscelato con altre sostanze organiche e usato come cibo per le mucche in fase di allattamento.

La sua elevata capacità di ritenzione idrica, il buon rapporto C-N -rapporto tra la quantità di carbonio e quella di azoto- e il basso contenuto di metalli pesanti raccomandano l’applicazione in agricoltura come compost e come alternativa ecologica ai fertilizzanti chimici.

Esistono T-Shirt Sostenibili al 100%?

100% sostenibile vorrebbe dire non lasciare alcuna impronta ecologica durante tutto l’arco della vita di un prodotto. Oggi, un prodotto 100% sostenibile non esiste in commercio, pur continuando ad affermare che il cotone biologico è senza dubbio una scelta migliore rispetto a quello standard.

Danni ambientali causati dalla produzione di una T-shirt in Cotone

Certo, noi sponsorizziamo le certificazioni tessili in quanto queste garantiscono l’uso di sostanze chimiche poco dannose per l’ambiente, come OEKO-TEX, REACH e Bluesign, oppure certificano l’origine biologica di una fibra tessile, come GOTS e OCS.

Alcune certificazioni garantiscono salari equi e rispetto dei diritti sociali, come Fair Trade e Fair Wear Foundation, e altre sono impegnate per salvaguardare il mondo animale, tipo Animal Free Fashion, PETA, VeganOK e Fur Free. Ci sono anche quelle che si occupano del riciclo di risorse, come GRS e PSV.

Eppure, nessuna di queste certificazioni può garantire il 100% di sostenibilità ambientale e sociale. Un prodotto con più certificazioni si avvicina di più al 100%, ma siamo ancora lontani da questo risultato, e obbiettivamente sarebbe difficile con il modello di produzione attuale riuscire a raggiungere il 100%.

Come potrebbe essere la produzione di una t-shirt, o di un altro indumento, 100% sostenibile?

  • Non emette gas nocivi.
  • Non inquina l’acqua.
  • Usa energia da fonti rinnovabili.
  • Usa metodi di produzione a ciclo chiuso.
  • E’ socialmente etica (nessuna discriminazione sociale).
  • Non usa risorse geneticamente modificate (OGM).
  • E’ nata da materiali 100% riciclati.
  • E’ biodegradabile, compostabile o riciclabile.
  • La sua produzione corregge i danni ambientali già presenti.

Ci soffermiamo su quest’ultima affermazione, poiché raggiungere il 100% di produzione sostenibile, per quanto sia un’operazione complessa, non sarebbe comunque sufficiente al giorno d’oggi. Le aziende devono studiare metodi di produzione che possano “correggere” l’attuale inquinamento ambientale, in sostanza: produrre senza inquinare, e allo stesso tempo ripulire l’ambiente circostante.

Ti invitiamo a leggere l’articolo Moda Sostenibile e Innovazione Tessile per comprendere meglio cosa intendiamo per “correggere” e non limitarsi a limitare il proprio impatto ambientale.

L’ambiente è una priorità per salvaguarda il futuro dei nostri figli, ma ciò non toglie che dobbiamo garantire anche un lavoro etico e sostenibile, e questo è un argomento che negli ultimi anni fa riflettere tutti: produttori, consumatori, acquirenti, governo, e agenzie non governative. Purtroppo non facciamo abbastanza per cambiare le cose, ma parlarne sempre più spesso potrebbe essere un incentivo.

Conclusioni dell’Analisi

La “sostenibilità” viene utilizzata come importante strumento per il branding, il pricing, la fidelizzazione o la conquista di nuovi clienti.

Life Cycle Assessment (LCA) è l’unico strumento scientifico per analizzare l’impatto ambientale di una T-Shirt in cotone, dall’acquisizione delle materie prime, alla produzione, passando per la distribuzione e concludendo il suo viaggio attraverso l’uso e lo smaltimento o il riciclo a fine vita.

Una t-shirt può fare la differenza per l'ambiente, ma anche tu puoi farla

Diversi strumenti secondari rispetto alla LCA, come LCI, LCC, EI, LCIA, ESI e RPI vengono usati per comprendere l’impatto socio-economico e ambientale di una T-Shirt. Questa valutazione dimostra che ogni fase di produzione di una singola t-shirt in cotone può essere estremamente dannosa per l’ambiente, ma evidenzia anche lo scarso impegno delle aziende verso una produzione più sostenibile -la quale, in molti casi, sarebbe addirittura vantaggiosa per l’azienda in termini economici.

Qualsiasi azienda potrebbe utilizzare la LCA come strumento di supporto decisionale, poiché suggerisce le cose da fare e quelle da non fare per produrre una t-shirt sostenibile, forse non al 100%, ma comunque avvicinandosi il più possibile a questa definizione. L’analisi LCA, ma soprattutto la coscienza umana suggeriscono di salvare risorse fondamentali come acqua, terra ed energia.

D’altra parte le scelte finali spettano a noi consumatori, quindi finché il nostro interesse sarà rivolto verso prodotti Low Cost, probabilmente l’industria della moda non cambierà rotta, continuando a puntare sulla Fast Fashion senza investire risorse per evolversi davvero in attività “green”, e non limitarsi ad attuare politiche di GreenWashing.

Questo articolo è basato su studio scientifico del 2015 Prospects and Constraints for Designing a Sustainable ‘T-Shirt’: A Life Cycle Analysis vedi la versione originale in lingua Inglese. Vuoi usare la nostra infografica nel tuo sito web? Scarica qui, ma ricorda di inserire un link a questo articolo.